Mercoledì 27 Marzo 2019 | 00:19

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Oltre l’Europa la nuova leadership della Chiesa

di Giuseppe De Tomaso
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Sosteneva Paolo VI (1897-1978), cui non faceva difetto l’ironia, che la natura divina della Chiesa è dimostrata dal fatto che, in duemila anni, neppure i religiosi sono riusciti a distruggerla. Grande. Due miliardi di fedeli in tutto il mondo, lo scorrere del tempo calcolato dall’anno di nascita di Gesù, venti secoli di storia di fronte alla caduta di imperi politici che parevano eterni: la Chiesa è ben altro rispetto alla domanda brutale e algebrica («Quante divisioni ha il papa?») di Stalin (1878-1953), cui risponderà Pio XII (1876-1958) dopo la morte del tiranno sovietico («Ora Stalin vedrà nell’Aldilà quante divisioni ha il papa»). La Chiesa è ben altro rispetto agli scandali di vario genere che l’hanno vista coinvolta negli ultimi tempi. La Chiesa è il megafono del cristianesimo che, prima o forse più dello stesso liberalismo, ha forgiato l’Occidente europeo. 

Ecco perché è riuscita a sopravvivere a tutte quelle cesure ritenute letali, prima fra tutte l’addio al potere temporale. Merito dello Spirito Santo, pensano i credenti. Merito di una dottrina in grado di trasferire il suo messaggio anche sul piano normativo e costituzionale degli Stati, pensano molti non credenti.

Sta di fatto che nonostante le inchieste sullo Ior e le rivelazioni su peccati e reati di natura sessuale, la Chiesa cattolica non è un’istituzione in agonia, come si legge da più parti. Tutt’al più è sotto assedio. Se l’Europa appare sempre più scristianizzata tanto da aver indotto l’allora cardinale Joseph Ratzinger a scrivere che «l’Europa odia se stessa», il resto del mondo appare per la Chiesa un’occasione continua di evangelizzazione capillare. L’Africa, più della stessa Asia, è la nuova frontiera. Qui si giocherà la partita, non solo religiosa, del futuro. Se l’Islam si candida a religione-chiave per il Continente Nero, la Cina ha già ipotecato il controllo economico dell’Africa. La Chiesa ha il dovere di guardare in modo particolare a sud del Mediterraneo, anche per dare un segnale di riscossa a tutti quei cristiani perseguitati e massacrati per la loro fede religiosa.

Così come la Chiesa ha l’obbligo di guardare con un occhio più attento alle due Americhe. All’America meridionale, la cui professione di fede è gioiosa e travolgente. All’America settentrionale, il cui clero è stato sottoposto a un setaccio giudiziario senza sconti e senza indulgenze. La Chiesa americana (Usa) è uscita economicamente debilitata dalle sconfitte in tribunale per i processi sulla pedofilia, ma risulta tuttora una fra le più vitali e combattive perché abituata da sempre a competere, città per città, anche con altre Chiese. Il che l’ha resa più sicura di sé anche nei confronti del potere politico, dalla Casa Bianca in giù.

L’Europa. L’Europa è la Grande Malata del cattolicesimo globale. In Europa gli effetti del relativismo - per dirla con il Pontefice emerito - si sono avvertiti anche all’interno della Chiesa, che più volte ha dato l’impressione di rinunciare a difendere la sua storia e la sua dottrina. Non ha lottato con forza neppure quando i Costituenti europei non hanno voluto sottolineare, nella Carta fondamentale dell’Unione, l’origine cristiana della nuova Comunità che si estende dal Baltico al Mediterraneo, dall’Atlantico agli Urali. E pensare che John Adams (1735-1826), uno fra i padri degli Stati Uniti d’America, terra di laicità e separazioni di poteri per antonomasia, riconosceva che «la Costituzione è fatta solo per un popolo religioso». E pensare che Alexis de Tocqueville (1805-1859), il più penetrante studioso della democrazia americana, scriveva che «il dispotismo può fare a meno della fede, la libertà no». Morale: l’Europa è in rotta con la propria storia. È in rotta proprio nel momento in cui la sua cristianità avrebbe dovuto sottolineare, con orgoglio, la sua plurisecolare identità. Lo stesso confronto con l’Islam si è prestato e si presta tuttora a interpretazioni e copioni alquanto confusi. Il dialogo interreligioso, auspicato come il tormentone di un disco rotto, non solo non è facilmente praticabile, ma forse è anche oggettivamente impossibile. Su quali punti, su quali dogmi si potrebbe raggiungere una mediazione? Auspicabile e possibile, invece, è il dialogo fra le due culture di riferimento, perché sottendono una visione religiosa di fondo. Erano concetti su cui insisteva Ratzinger, ma su cui l’Europa, anche quella cristiana, ha preferito glissare, tanto da indurre uno spirito corrosivo e iconoclastico come Francesco Cossiga (1928-2010) a profetizzare, con accorati toni fallaciani (da Oriana) che il dio del futuro, in Europa, si chiamerà Allah.

Ecco perché forse non hanno tutti i torti quanti, tra cattolici e non, invocano una svolta dirompente, come quella che, nel 1978, portò l’arcivescovo di Cracovia sul trono di Pietro. Quella scelta cambiò la storia del pianeta. La stessa prospettiva si apre oggi. Benedetto XVI ha lasciato la guida della Chiesa, perché tradito dall’Europa tanto amata, ma tanto contaminata al suo interno. A leggere tra le righe del suo gesto (dimettersi) si fa peccato, ma, aggiungerebbe Giulio Andreotti in puro dipietrese, quasi certamente s’azzecca: forse sarebbe ora di aprire le porte a un pastore espressione di una Chiesa (americana, africana, asiatica) in salute, non a un curiale figlio di una Chiesa (europea) in affanno. In un Conclave dove è sparita la contrapposizione tra riformisti e conservatori, potrebbe essere la geopolitica, o meglio la geocristianità, il criterio fondamentale per l’elezione del vicario di Gesù Cristo.

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