Domenica 24 Marzo 2019 | 06:28

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Dietro le alleanze il tallone di Grillo

di Carlo Bollino
di CARLO BOLLINO

In queste tumultuose e confuse giornate post-elettorali il tema più discusso è se Grillo accetterà o meno di fare una coalizione con il Partito democratico. Mentre i baroni della politica si lanciano in imbarazzanti e improponibili soluzioni da vecchia repubblica, lui ha buon gioco nello strombazzare che mai e poi mai farà con «quelle facce» alcun tipo di alleanza. Assalito in verità da una duplice preoccupazione: dover trasformare il suo movimento da partito di lotta in partito di governo, prospettiva che in questo momento lo atterrisce. E vedersi poi sottrarre una parte degli eletti nel vergognoso lavoro di «scouting» che i vecchi marpioni della politica hanno probabilmente già avviato, o avvieranno molto presto, tra le giovani reclute grilline, catapultate dall’anonimato della loro vita pre-elezione, al variopinto (e seducente) bailamme del potere romano.

Grillo, asserragliato nel suo ruolo di vincitore politico del voto, sfugge ad ogni confronto concreto, lanciando contumelie contro gli avversari e negando qualunque proposta alternativa, forse persino nel timore che possa alla fine essere accettata. L’obiettivo al momento sembra guadagnare tempo: perché è evidente a tutti che se il suo partito ha dimostrato di essere invincibile fino a quando è rimasto barricato nelle ridotte sgarrupate dell’opposizione, sente invece di diventare vulnerabile non appena varcasse gli spazi aperti ed enormi di una sfolgorante arena di governo.

Se però è indiscutibile che il Movimento 5 stelle sia il trionfatore politico delle elezioni, è altrettanto incontrovertibile che numericamente le elezioni le abbia perse. Includendo quelli all’estero, il Partito democratico ha superato per 148.134 voti il Movimento 5 stelle anche alla Camera: come dire che è la prima forza politica del Paese, e che anche senza coalizione avrebbe ottenuto il premio di maggioranza. Vince alla Camera e vince al Senato, eppure non può fare il governo. È la rappresentazione perfetta di quel «vincitore sconfitto» evocato da Bersani, una sorta di impensabile figura mitologica generata dal «porcellum», che oggi tutti avversano ma che sorprendentemente rischia di trovare inatteso sostegno proprio in Beppe Grillo.

E non soltanto perché questa legge elettorale (a differenza del sistema maggioritario) rende ininfluente la notorietà dei candidati privilegiando la notorietà del partito (e i candidati messi in lista da Grillo sono cittadini assolutamente anonimi), ma perchè solo in vigore di «porcellum» Grillo può sperare di raggiungere il vero obiettivo politico che si è prefissato: la maggioranza assoluta a Camera e Senato. Obiettivo questa volta mancato ma che intende ancora inseguire nella prossima tornata elettorale. Ecco dunque che il rifiutare qualunque accordo sembra dettato da una duplice strategia: da una parte, chiudendo la strada all’unica soluzione alternativa, obbligare Pd e Pdl ad un naturale inciucio di transizione; e dall’altra prepararsi a raccoglierne i frutti nelle inevitabili elezioni anticipate. Ovvio che solo restando all’opposizione possono infatti essere capitalizzati gli errori degli altri senza il rischio di commetterne di propri.

E qui veniamo al nodo dei nodi: il progetto politico del Movimento 5 stelle proibisce anche nel suo «non-statuto» qualunque forma di alleanza. Come dire che questa forza politica nasce con l’obiettivo dichiarato, e a dire il vero inquietante, di essere eletta Partito Unico al Potere. Traguardo questa volta fallito ma che una una nuova e rapida tornata elettorale potrebbe invece consentire di centrare.

Nell’apparente cinismo di questo piano spunta tuttavia una incognita. Se il Pd riuscirà a portare al cospetto di deputati e senatori un piano di governo a 5 stelle, che includa tassativamente la riforma della legge elettorale, ma che metta in primo piano anche tre o quattro punti-chiave sui quali Grillo ha fatto leva nei suoi tre anni di comizi (a cominciare dalla legge sul conflitto di interessi, il reddito di cittadinanza e le attesissime ma davvero rigorose misure anti-casta), come potrà poi il Movimento spiegare ai grillini-elettori, convinti di avere stravinto, di aver negato la fiducia preferendo invece la strada di nuove elezioni? Forse il tallone di Grillo dunque sta tutto qui: nella insanabile incongruenza tra la sua smisurata voglia di democrazia, e il sogno inconfessabile di voler essere l’unico a governarla.

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