Martedì 26 Marzo 2019 | 17:04

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Non si scherza sui conti e neppure sull’Europa

di Gianfranco Summo
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«È necessario rafforzare i meccanismi di mercato al servizio dell’umanità. In questo modo possiamo salvaguardare la persona nella sua integrità. La disoccupazione è una tragedia». Non è l’ultima parola di Joseph Ratzinger in veste di papa e neppure uno degli anatemi di Beppe Grillo. Lo ha detto ieri Mario Draghi, presidente della Bce. Parlava ad una platea orientata, all’Accademia Cattolica di Monaco, è vero. Ma sentire il banchiere dei banchieri accostare il fattore umano a quello finanziario desta attenzione.

Forse è il segno che qualcosa sta cambiando nell’Anno Quinto dell’Era della crisi. Il Grillismo è solo uno dei frutti del declino economico, l’ultimo in ordine di tempo. Ma ogni Paese, fuori e dentro l’Unione europea, è attraversato da tensioni sociali e politiche innegabili, per le quali servono contromisure concrete. Draghi l’ha capito da tempo.

Fatta questa premessa doverosa, restano tuttavia i punti di partenza altrettanto concreti. Se li perdiamo di vista finiamo per non capire la realtà nella quale siamo immersi e senza comprensione non c’è cambiamento. Alcuni punti del programma grillino sono utopistici così come alcune dichiarazioni del Cavaliere di Arcore sono irresponsabili. E questo è grave perché Grillo e Berlusconi hanno vinto le elezioni e si preparano, se non a comandare, di sicuro a condizionare le decisioni del governo italiano quale che sia. Ogni loro parola viene registrata ed elaborata dai mercati, che non sono entità astratte o mostri a tre teste assetati di sangue ma meccanismi fatti da persone e che, complessivamente, si comportano in base a timori, rischi e prospettive di miglioramento come chiunque.

Il punto di partenza che non dobbiamo mai dimenticare è che l’Italia in questo momento è una «famiglia» che vive al di sopra delle proprie possibilità. Ha un debito che è il 128% della propria ricchezza annua e su questo debito deve pagare fior di interessi. Per mantenere il proprio stile di vita la «famiglia Italia» ogni mese deve rinnovare i propri prestiti. A loro volta i creditori agiscono sotto due spinte contrastanti: da un lato vogliono essere certi di non perdere il capitale, dall’altro vogliono farlo rendere il più possibile. Quindi il tasso di interesse sale man mano che salgono i rischi dell’investimento. Un’Italia instabile, incapace di produrre nuova ricchezza, sprecona, corrotta corruttibile e corruttrice, con pezzi di territorio appaltato alle mafie, insensibile verso i suoi giovani, un’Italia così viene percepita come un debitore poco affidabile, che per convincere a farsi prestare i soldi deve promettere un compenso più elevato. Viceversa, una Germania competitiva e ricca, è addirittura un posto dove pagare pur di lasciare i soldi al sicuro. Infatti il paradosso è che fino allo scorso anno gli investitori (banche, fondi di investimento, fondi pensione, risparmiatori piccoli o grandi) compravano titoli di stato tedeschi a interesse zero o negativo.

Lo spread è la differenza tra gli interessi che deve pagare lo Stato italiano rispetto a quello tedesco. E sale ogni volta che dall’Italia si leva una voce che indica una strada pericolosa, ogni volta che uno scandalo mina la nostra credibilità. Per questo sbaglia Berlusconi a consigliare gli italiani di non curarsi dello spread, come hanno fatto negli ultimi vent’anni. Perché se oggi gli italiani devono imparare a conoscere lo spread è proprio perché non se ne sono occupati negli ultimi vent’anni. Siamo arrivati sul ciglio del burrone perché per vent’anni abbiamo ignorato da dove arrivassero i soldi che tengono in piedi il Paese: dal debito. Sbaglia Beppe Grillo con il suo Movimento quando continua a lanciare anatemi. I Grillini hanno il 25% dei consensi nel Paese e forse anche qualcosa in più e forse cresceranno ancora e più crescono più sono responsabili di quel che accade loro intorno. Ogni loro parola non è più un urlo di protesta dalla rete o dalla piazza ma una voce autorevole che rimbomba in tutte le stanze del potere, alcune delle quali ora occupate anche da loro. Il Pd non ha saputo intercettare nessuna delle voci e parole a cui ha dato corpo il Movimento Cinque Stelle e questo peccato di omissione è grave quanto le frasi a effetto di Grillo e Berlusconi.

Il programma riformatore del M5S, al netto dei tratti utopistici, è quello che può salvarci dal burrone. Se non altro per il vento di novità dal quale è prepotentemente sospinto. Al governo Monti va riconosciuto il merito indiscutibile di averci impedito la scivolata improvvisa e rovinosa, ad un prezzo carissimo che tutta l’Italia ha pagato. Ora tornare al punto in cui è cominciato il lavoro di Monti solo per sparare lo slogan più a effetto come in una eterna campagna elettorale sarebbe una cattiveria che gli italiani non meritano, nonostante tutto. 

Incenerire un anno e mezzo di sacrifici lasciando volare lo spread ai quasi 600 punti del novembre 2011 sarebbe uno spreco delittuoso. Ed è inutile illudersi che l’Europa ci lasci sguazzare nelle nostre incomprensibili schermaglie semipolitiche. Ci piaccia o no siamo parte dell’Unione che non è come essere iscritti alla bocciofila. Con gli altri Paesi europei condividiamo una moneta, vincoli economici precisi, impegni di bilancio, trattati politici e accordi sui quali facciamo affidamento anche noi italiani. 

Se il nostro debito pubblico diventa ingestibile, per dirne una, a pagare saranno le banche di tutto il continente con un effetto domino inimmaginabile. Poteva succede con la Grecia, che ha il pil della provincia di Treviso, figuriamoci con il Belpaese. Agitare il fantasma del nazionalismo, rispolverare l’idea di non-ingerenza è senza senso: esattamente come in Italia ci domandavamo dove sarebbe andata la Francia con Le Pen o cosa sarebbe accaduto all’Europa con la Merkel è lecito e doveroso che nel resto dell’Ue si faccia il tifo per una Italia stabile e migliore.

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