Martedì 26 Marzo 2019 | 00:48

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La politica estera banco di prova del Belpaese

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Anche questa volta la campagna elettorale si dimostra piuttosto povera di attenzioni verso i grandi temi di politica estera, fatto salvo qualche accenno alla dimensione europea. Molti aspetti della vita quotidiana dei governi e dei cittadini si decidono ormai a Bruxelles ed è normale che, in tempi di crisi e di austerità, si cerchi una convergenza tra Cancellerie per rilanciare crescita e occupazione dove non ce n’è. Per il resto, però, a scrutare tra i programmi dei partiti, nessun accenno a come il prossimo governo vorrà impostare le linee guida della nostra azione del mondo. Siamo ancora un attore di peso nella politica estera e dovremmo occuparci maggiormente di ciò che accade fuori dai nostri confini, soprattutto nel cortile di casa.

Cerchiamo di definire innanzitutto cosa il mondo si aspetta dall’Italia nei prossimi mesi e cosa l’Italia e il prossimo Governo potranno fare per rendere l’Italia protagonista.

Cominciamo da chi ci osserva da fuori. Dopo il timore che l’Italia potesse essere il grande malato d’Europa e trascinare a picco il progetto dell’euro, oggi tutti guardano a noi come la grande speranza d’Europa. Siamo il Paese che, proseguendo sul percorso delle riforme strutturali e rimettendo in moto l’economia, può trascinare al rialzo gli indici di tutto il Continente. Perché ciò accada è necessario non tornare indietro rispetto alla strada tracciata. L’equilibrio dei conti è ormai in Costituzione e quindi non potrà essere smentito. Ma al di là dei numeri, gli investitori internazionali avranno bisogno di un Governo stabile, autorevole e con le idee chiare rispetto all’agenda delle cose da fare. Sono molte le aziende internazionali che vorrebbero investire da noi. Ma burocrazia, corruzione, mancanza di infrastrutture adeguate frenano questa possibilità, con danni evidenti anche per l’occupazione.

In casa nostra, il prossimo Governo dovrà attribuire un’importanza crescente alla politica estera e al ruolo dell’Italia nel mondo. Innanzitutto non sacrificando ulteriormente le risorse già scarse destinate alla diplomazia, all’internazionalizzazione e alla promozione del know how italiano all’estero. Quindi stimolando una politica estera attiva, a cominciare dall’area di prossimità. Il Mediterraneo è ancora scosso dalle primavere arabe che, purtroppo sempre più, assomigliano ad un autunno rigido e sferzato dai venti. Sarebbe un errore abbandonare Paesi come la Tunisia, l’Egitto e soprattutto la Libia al loro destino, non supportando quelle spinte alla democrazia che esistono in larga parte di quelle popolazioni e che hanno bisogno di sbocciare. La recente crisi del Mali apre poi un secondo fronte, altrettanto preoccupante: il pericolo che a pochi passi dai Paesi del nord Africa si crei uno Stato islamico oscurantista è purtroppo concreto e la comunità internazionale, Italia inclusa, deve fare qualsiasi sforzo per impedirlo. Non vanno poi dimenticati i molti interessi che già ci legano alla Turchia, alla sua società e alla sua economia, in crescita impetuosa.

Sempre a pochi passi da noi, nell’area dei Balcani, ci si avvia finalmente verso una piena stabilità, fino alla prossima adesione di nuovi membri di quella regione all’Unione Europea con, di conseguenza, nuove opportunità economiche per le aziende italiane. Siamo da sempre in prima linea per aiutare quei Paesi a lasciarsi alle spalle gli anni bui della guerra.

In un raggio di interessi che dal Mediterraneo arriva al Bosforo e fino all’alto Adriatico l’Italia può e deve essere sempre più protagonista. Soprattutto la Puglia, piattaforma naturale tra questi punti cardinali, grazie anche ad una rinnovata e solida classe dirigente politica, avrà finalmente la occasione di ritagliarsi un ruolo centrale nell’Italia che verrà e nell’Europa dei prossimi anni.

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