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Fondazioni bancarie, così il Sud dà al nord

di Lino Patruno
di LINO PATRUNO 

Visto che in questi giorni si parla di fondazioni bancarie, c’è una discriminazione verso il Sud anche lì. Per fortuna, il Sud non c’entra niente col Monte dei Paschi di Siena e con quel bel po’ di scandali che stanno venendo fuori. Debiti, buchi nei conti, operazioni oscure, sospetto di tangenti. Non meno di altri scandali nordisti precedenti, a destra e sinistra, da Tangentopoli in poi. Se ne occupa la magistratura e la politica dovrebbe evitare di montarci su una speculazione elettorale. Primo, perché sono in gioco i soldi della gente. Secondo, perché è la stessa politica che come sempre aspetta i giudici per fare pulizia, magari poi accusandoli di troppo potere. Ma in Italia è un film già visto troppe volte. Abbastanza complicato anche dire cosa siano le fondazioni bancarie. Il loro stesso inventore, Giuliano Amato, le ha poi definite un «mostro», con la medesima disinvoltura con la quale il leghista Calderoli ha definito «porcata» la sua legge elettorale. E poi dice che cresce Grillo: ma tiriamo avanti.

Dovevano, le fondazioni, traghettare il passaggio delle banche, soprattutto Casse di risparmio, da pubbliche a private (anni ’90). Detenere una quota di proprietà di quelle banche. Ma, soprattutto, continuare a svolgere le funzioni sociali che il passaggio da pubblico a privato poteva compromettere. Per questo non dovevano avere fini di lucro, né una quota di maggioranza delle banche: anzi avrebbero dovuto man mano cedere quelle azioni conservando solo la gestione del patrimonio delle banche stesse (edifici, terreni, opere d’ar te). Sotto sotto, anche se non si diceva, l’intento era evitare che la politica si insinuasse nelle banche. Perché quando si parla di «funzioni sociali», si dice qualcosa che non fa rima con «clientelismo» (appunto) politico ma rischia di avvicinarvisi molto. Intento come sempre naufragato in Italia: uscita dalle banche, la politica è entrata nelle fondazioni. Basta farci un giro, per trovarci spesso ex politici ed ex di tutto, cioè il ben noto sottobosco della distribuzione di denaro, dell’elargizione di favori, dell’occhio particolare per qualcuno. Spesso, non sempre: ma spesso. 

Altra condizione: delle «funzioni sociali» deve beneficiare il territorio delle banche. E qui comincia a comparire il discorso sul Sud. Le funzioni sociali sono una cosa seria in un Paese in cui il famoso «Welfare», cioè lo Stato sociale, è sempre più compromesso dai tagli. Aiuti alle famiglie. Contributi alle scuole e alle università. Assistenza agli anziani. Sostegno al volontariato. Salute. Sport. Ricerca scientifica. Cultura. Restauro di monumenti e luoghi storici. Questi gli interventi affidati alle fondazioni: in due parole, qualcosa per tutti, anzi soprattutto per gli amici. Non sempre: ma spesso. E con grande vantaggio per i territori che ne beneficiano, cioè per chi ha le fondazioni più ricche. 

Ebbene, su 89 fondazioni in Italia, quelle del Sud sono solo 6 (conferma: sei). Non meraviglia allora, tanto per dire, che il Monte dei Paschi finanzi la squadra di basket (ovviamente campione d’Italia), la squadra di calcio, il Palio di Siena (ah, i sofferti sudisti Festival della Valle d’Itria e Notte della Taranta). Non meraviglia neanche che, annusato l’osso, la Lega Nord volesse che le fondazioni avessero sempre più capitale delle banche private, non meno. Che ci vuoi fare, le banche sono tutte al Nord, il Sud si arrangi. Fosse solo così, sarebbe il destino cinico e baro. Lasciamo stare perché e come il Sud sia stato prosciugato delle sue banche. E lasciamo anche stare la polemica sui soldi che le banche raccolgono al Sud e impiegano al Nord: loro smentiscono, e amen. 

Ma nelle fondazioni bancarie del Nord (83 su 89) affluiscono anche gli utili che le banche settentrionali fanno al Sud. Quindi con i soldi del Sud si finanziano le «funzioni sociali» in Lombardia, in Veneto, in Emilia. Quindi il Sud sostiene la vita civile del Nord. Quindi un anziano del Sud che ha un deposito in banca contribuisce a far star meglio un anziano del Nord invece che se stesso. Ma si sa che i meridionali sono generosi. 

Lo sono anche quando, con i soldi delle loro tasse, contribuiscono a pagare ai risparmiatori del Nord (la maggioranza, perché più benestanti) gli interessi sui titoli di Stato acquistati. Lo sono anche quando, con gli utili sui biglietti venduti al Sud, le Ferrovie fanno l’alta velocità solo al Nord. Lo sono anche quando acquistano i prodotti delle aziende settentrionali, le quali poi pagano le tasse al Nord e non al Sud dove hanno i profitti. Saranno così generosi, i meridionali, finché qualche loro rappresentante meridionale non deciderà di pensare più alla terra che si è affidata a lui che alla sua carriera. Anche parlando di fondazioni bancarie. Ma questo Sud fa così da un secolo e mezzo, e i meridionali lo meritano: con chi se la prendono?

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