Domenica 24 Marzo 2019 | 06:10

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Università, ragioni vecchie e nuove di un fascino perduto

di Antonio Biasi
di ANTONIO BIASI 

Che l’università italiana avesse un piede nella fossa era cosa nota da tempo. L’allarme lanciato dal consiglio universitario nazionale è però un’ulteriore conferma del degrado del sistema Italia, posto che la condizione dell’universita è direttamente proporzionale allo stato di salute della nazione e viceversa. Che senza una buona università un Paese va a rotoli può sembrare un luogo comune ma è un’affermazione difficilmente confutabile. 

Le cause di ciò sono molteplici ma non remotissime. In realtà, il sistema universitario italiano fino agli anni Settanta era più che solido se pur non apertissimo all’innovazione. Il disastro è cominciato quando invece di sviluppare il naturale aggiornamento di un sistema troppo monolitico ma facilmente perfezionabile si è passati a uno scriteriato stravolgimento di cui, è innegabile, è in parte responsabile lo stesso mondo accademico. La proliferazione delle cattedre prima, e quella degli atenei o simil-atenei dopo, ha progressivamente svuotato il valore aggiunto che sino ad allora aveva fornito la formazione universitaria. Il tutto in un quadro istituzionale di riforma incerto fra l’approssimativa e malriuscita imitazione di sistemi stranieri e un demagogico «più tutto per tutti» che si è risolto nel guazzabuglio in cui ci troviamo ad essere ora e che sta portando a una fuga degli studenti dalle università. 

È vero che la crisi economica spinge o costringe a evitare i corsi soprattutto in una quasi assoluta mancanza di borse di studio che, fra l’altro, in Italia quasi mai raggiungono i ragazzi davvero meritevoli. Ma il problema fondamentale non è neppure questo bensì la consapevolezza che il nostro titolo universitario sostanzialmente non offre più quel «quid» che aveva un tempo. Tutti siamo a conoscenza di diplomifici dove basta pagare sostanziose rette per ottenere la qualifica di dottore. Come pure è noto il perverso meccanismo dei crediti che ha consentito a tanti di fregiarsi di un titolo dal valore molto claudicante. Questo non significa che tutti gli atenei funzionino malissimo o che non siano in grado di formare gli studenti, ma il livello medio è sotto gli occhi di tutti, ed è davvero modesto, inutile fingere che così non sia. Nasce qui la disaffezione verso gli studi universitari. 

Perché spendere anni e soldi per giungere a una laurea scarsamente considerata e con un livello di preparazione spesso inadeguato? Senza, fra l’altro, sufficienti garanzie di un ingresso nel mondo del lavoro. I governi italiani anche a proposito di università hanno chiaramente fallito al loro ruolo. Gli interventi che hanno portato avanti nel corso dei decenni si sono concretizzati esclusivamente in una progressiva opera di demolizione che purtroppo sembra destinata a continuare. Il fondo di finanziamento ordinario scende del 5% ogni anno, gli stanziamenti per la ricerca di base calano sempre più, i dottorati sono al lumicino. Ma, a costo di sembrare impopolari, i soldi non sono comunque tutto. Perché se anche i fondi fossero maggiori le nostre università non tornerebbero automaticamente sulla giusta rotta. Quelle che sono mancate e continuano a mancare, e non solo in ambito universitario, sono le scelte strategiche. Mai i nostri sciagurati governi hanno avuto un’idea complessiva di come ammodernare quella che una volta era una grande Università. Si è andati avanti per approssimazioni successive, prima in modo nazionalpopolare e poi in modo esclusivamente ragionieristico. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Nessuno crede più a nulla, neppure al valore del sapere. Ammesso e non concesso che quello fornito dalle nostre università sia ancora sapere.

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