Giovedì 21 Marzo 2019 | 07:23

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Solo la crescita economica può ridurre la tassazione

di Gianfranco Viesti
di GIANFRANCO VIESTI 

Quale miglior promessa, in campagna elettorale, di quella di ridurre le tasse? E’ la migliore in tempi normali: solletica l’interesse più immediato degli elettori. Lo è ancor di più oggi, con famiglie e imprese che hanno problemi gravi, e che davvero avrebbero bisogno di una boccata d’ossigeno. Siamo nel momento più complicato, nel quale si sommano le difficoltà degli anni scorsi, la debolezza dell’oggi, e le preoccupazioni per il futuro. C’è solo un piccolo problema. Se si riducono le tasse, come può fare il settore pubblico a continuare ad erogare i servizi ai cittadini? Certamente non può indebitarsi. Anzi, le attuali regole comunitarie ci spingono e ci spingeranno in futuro ad avere conti pubblici sempre più in attivo. Per fortuna, i tassi di interesse sui titoli di Stato si sono un po’ ridotti negli ultimi mesi, e questo dà un minimo di respiro. Ma si tratta di risparmi non garantiti, con i quali è difficile finanziare riduzioni strutturali di entrate. Certamente – lo si è detto più volte – la politica economica del rigore, ispirata dall’Europa ed in particolare dalla Germania, non è lungimirante. 

I conti pubblici vanno certamente tenuti in equilibrio. Ma è una questione di tempi e di intensità: politiche così forti come quelle fatte in Italia (così come in altri paesi europei) negli ultimi mesi, se si continua così, ammazzano l’economia. Lo ha recentemente, autorevolmente, sostenuto persino il Fondo Monetario Internazionale. Ma gli impegni che abbiamo preso, sin dall’estate 2011, sono quelli. Per avere un po’ più di spazio nei bilanci pubblici bisogna convincere i leader europei, in primis quelli tedeschi, ad essere più ragionevoli. Cosa forse non impossibile, ma non facile. Certamente non garantita. Si dice allora: finanziamo il taglio delle tasse riducendo gli sprechi e i “costi della politica”. Cosa senz’altro opportuna. Ogni spreco, specie di questi tempi, è un insulto alle tante famiglie davvero in difficoltà economica. Come dimostrano gli ultimi scandali a ripetizione, i costi della politica si possono ancora, sensibilmente, ridurre. 

Ma c’è un problema di dimensione totale di questi risparmi. Anche tagli incisivi producono risparmi significativi in sé, ma certamente non in grado di finanziare interventi sulla tassazione con un minimo di importanza. Si dice allora: finanziamo il taglio delle tasse tagliando la tanta spesa pubblica improduttiva. E’ una tesi affascinante, sostenuta da molti: mette insieme quanti sono pregiudizialmente, ideologicamente contrari all’intervento pubblico, con quanti si illudono che ridurre la spesa pubblica sia facile e immediato. Di spesa pubblica se ne è tagliata non poca negli ultimi anni: si sono drammaticamente ridotti gli investimenti in infrastrutture; sono stati tagliati i fondi per la sanità, gli enti locali, l’università. Non sono state scelte lungimiranti. Gran parte di questa spesa non è affatto improduttiva: modernizza il paese rendendolo più competitivo in futuro; garantisce la salute dei cittadini, l’istr uzione dei giovani. Attenzione: la qualità dei servizi che gli ospedali o le scuole garantiscono, specie al Sud, si deve senz’altro migliorare; i cittadini percepiscono che molte istituzioni rendono meno di quanto costano. C’è un enorme lavoro da fare: riorganizzare i servizi, ridurre le inefficienze, migliorare i risultati. 

Questi risultati si ottengono, nel tempo, in tanti modi. Ma sicuramente non si ottengono, come per magia, tagliando le risorse. Se si riduce la spesa, si riducono i servizi, non ne aumenta la qualità; gli ospedali non funzionano meglio, ma peggio. La triste verità è che di spesa pubblica davvero improduttiva, che si può ridurre sensibilmente senza costi per i cittadini, non ce ne è tanta. A meno di non scegliere un’opzione politica precisa: quella di trasferire al privato alcune attività. Ma con possibili effetti molto negativi sulle disuguaglianze sociali, e con risultati, in termini di efficienza, tutti da verificare. Venti anni non sono passati invano: la storia italiana (e in parte europea) degli ultimi due decenni ha molti insegnamenti in questo senso. E allora? La strada maestra per ridurre le tasse è quella di rilanciare la crescita economica. I commercianti e gli artigiani che ieri hanno manifestato esprimono un disagio vero. I tanti fra loro che non evadono hanno certamente difficoltà a pagare le tasse. Ma questa difficoltà nasce soprattutto dal fatto che i loro incassi si sono sensibilmente ridotti, che le famiglie non spendono; che non c’è domanda.

La pressione fiscale (tasse/reddito) in Italia è spaventosamente aumentata: ma perché è spaventosamente diminuito il reddito. Molti leader politici si stanno esercitando in un inseguimento sulle promesse di taglio delle tasse. Davvero poco utile. Assai meglio sarebbe se si esercitassaro a spiegarci come intendono rilanciare la crescita economica in Italia; con quali strumenti vogliono produrre più lavoro; se si esercitassero a parlare di Sud, spiegandoci come intendono valorizzare le enormi risorse inutilizzate (a partire dai giovani) che ci sono nei nostri territori, e che potrebbero risolvere i problemi del paese. Se riparte il lavoro, ripartono il reddito e il consumo. Con più reddito e consumo, le tasse sono meno insopportabili; e, nel tempo, si può anche pensare un po’ alla volta a ridurne le aliquote. E’ la crescita economica, l’unico vera grande strategia anti-tasse.

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