Martedì 26 Marzo 2019 | 23:46

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La vera posta in gioco è la successione a Napolitano

di Giuseppe De Tomaso
di Giuseppe De Tomaso 

Tra poco più di un mese gli italiani non sceglieranno solo il prossimo presidente del Consiglio, ma influiranno anche sull’elezione del prossimo presidente della Repubblica. Intendiamoci. La partita per il Quirinale, di solito, è così complessa e sorprendente da spiazzare anche gli analisti e i retroscenisti più scafati. Ma l’esito del voto popolare inciderà parecchio sui giochi per la successione a Giorgio Napolitano.

Per decenni, il ruolo del Capo dello Stato, in Italia, ha richiamato la figura dell’arbitro o del notaio. Un leader politico di peso non avrebbe mai preferito il Quirinale a Palazzo Chigi, sia perché la politica-politica faceva perno sul governo, sia perché un tacito e trasversale accordo escludeva dalla gara per il Colle i personaggi chiave della nomenklatura.

Sette anni blindati, irrobustiti dal prestigio della carica, avrebbero - ecco i timori più diffusi durante la Prima Repubblica - eccitato anche gli animi dei più tranquilli. Figuriamoci se sulla suprema magistratura dello Stato si fosse insediato un tipo tracimante e ambizioso, o un capopartito al culmine del potere. Il passaggio da una forma di Repubblica parlamentare ufficiale a una tipologia di Repubblica presidenziale ufficiosa sarebbe risultato più scontato di un flirt di Brigitte Bardot. Per questa ragione anche se il dc Amintore Fanfani (1908-1999) avesse provato altre 20 volte a salire sul Colle più agognato della Capitale, il responso dei mille grandi elettori non sarebbe mai cambiato: tutti sì, tranne che un top player come lui, Fanfani, (o altri suoi parigrado). In soldoni: meglio un outsider che un insider.

È andata sempre così, il che non ha impedito agli ultimi presidenti (scelti anch’essi con il tradizionale e prudente criterio) di trasformarsi negli indiscussi mattatori della Repubblica. Tanto che, con cadenza kantiana, i costituzionalisti hanno periodicamente dato vita al dibattito sull’evoluzione presidenzialistica del Belpaese. In verità, la tendenza ad allargare i poteri quirinalizi non è legata esclusivamente a una valutazione temporale: nel secondo tempo del suo mandato il Capo dello Stato si muoverebbe senza particolari cautele perché non avrebbe nulla da perdere. La voglia di dirigere l’orchestra della politica è direttamente collegata al tasso di stabilità e governabilità dell’intero sistema. Più è debole il governo, più è forte il presidente della Repubblica. Più è caotica la situazione politica, più è incisiva la funzione dell’inquilino del Colle. Ma siccome la crisi economica - oggettivamente - non favorirà la luna di miele tra la Penisola e il futuro governo, con ogni probabilità anche l’erede di Napolitano reciterà la parte dello spettatore impegnato, se non, addirittura, quella del regista dichiarato.

Il caso ha voluto che i prossimi capi di Stato e di Governo esordiranno quasi in simultanea nelle loro funzioni costituzionali. Il che significa che la formazione del nuovo esecutivo non sarà ininfluente sull’indicazione del presidente della Repubblica. I bene informati assicurano che la volata per la principale carica della nazione è già cominciata, sia pure sotto traccia. Anche perché, per giungere al traguardo, non basta il tesoretto dei voti parlamentari. È importante il Contesto, vale a dire il gradimento silenzioso di istituzioni collaterali, in Italia e all’estero: appoggi che vanno coltivati giorno dopo giorno, grazie a una capillare rete di relazioni personali e associative.

Anche per il conclave che deve scegliere il Capo dello Stato vale il detto che si ripete alla vigilia di ogni conclave chiamato a scegliere il Pontefice di Santa Romana Chiesa: chi entra papa, esce cardinale. Raramente il favorito numero uno al Colle è riuscito a conquistare l’antica residenza dei papi e dei re (d’Italia). Il totocandidati al Quirinale è una sorta di giostra infernale che può accoppare chiunque, anche i più corazzati. Chi ti indica come soluzione ideale, in realtà sta provvedendo a segarti l’albero su cui sei salito. Chi ti cita come soluzione migliore, in realtà ha già organizzato cordate per altri nomi. Lo scrutinio segreto, poi, è l’alleato più letale nelle congiure più invisibili.

Con il sistema maggioritario in vigore, la coalizione maggioritaria, almeno sulla carta, possiede la password per eleggere un proprio candidato. Ma le maggioranze semplici spesso non bastano, perché la pattuglia dei franchi tiratori, nella vicenda quirinalizia, è più puntuale del prete sull’altare. Ergo: è saggio preparare accordi preventivi, anche con la possibile opposizione. Non si sa mai.

Chissà se Silvio Berlusconi, rispondendo alla domanda di un giornalista, abbia voluto lanciare o stoppare il nome di Mario Draghi per il Colle. Non lo sapremo mai. Una cosa però è certa, per l’ex premier. Solo se il centrosinistra vincerà anche al Senato (la vittoria per la Camera è ritenuta più probabile), Bersani e i suoi potranno procedere in autonomia alla nomination per il dopo Napolitano. In caso contrario, in caso cioè di pareggio o di affermazione berlusconiana al Senato, la partita presidenziale sarà più incerta di una finale di Champions. In fondo è il vero messaggio in codice del Cavaliere: voglio intervenire anche io sulla scelta del nuovo presidentissimo, anzi voglio essere io il suo king-maker.

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