Martedì 26 Marzo 2019 | 01:56

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Il fattore tempo per ridurre il debito

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO
Raffaele Mattioli (1895-1973), economista e storico presidente della Banca Commerciale, aveva fama di uomo più abbottonato di un abito di Caraceni. Soprattutto con i giornalisti. Un giorno, un cronista piuttosto intraprendente riuscì a bloccarlo davanti a una chiesa col pretesto di un’intervista extra-istituzionale. «Qual è il suo hobby?», chiese sùbito a Mattioli. «La poesia», rispose in un amen il presidente. L’intervistatore reagì più incredulo di un bambino davanti a un ufo: «Un uomo di bilanci che si occupa di poesia! Difficile crederlo». Ma il banchiere lo tranquillizzò con una battuta da premio oscar: «I bilanci? La poesia? Sono entrambi figli della fantasia». Della serie: coi numeri spesso si gioca.

Veniamo a oggi. Qual è il limite dell’indebitamento di uno Stato? Intendiamoci: non si può giocare con i debiti, perché i debiti di oggi saranno le tasse di domani. Ma può uno Stato rischiare il disastro sociale perché oltre una certa soglia l’indebitamento non può salire? È il cruccio che assale il presidente americano Barack Obama, alle prese con il tetto del debito da non superare. Un suo predecessore, Ronald Reagan (1911-2004), elogiato qualche settimana addietro dal premio Nobel per l’economia, il keynesiano Paul Krugman, una volta stupì l’uditorio con una frase che rimarrà storica: «Se il debito diventa grande, significa che sa camminare da solo».

Del resto la battaglia fra Germania e Italia si svolge sulla strategia anti-debito. La Germania pretende che in 20 anni il rapporto debito/Pil debba ridursi dal 120% al 60%. Va bene. Ma chi può stabilire che l’optimum sia un rientro spalmato in 20 anni? La Merkel potrebbe rispondere: i mercati. Ok. Ma i governi non possono ragionare con la logica dei mercati. Per una ragione assai semplice: la democrazia ha bisogno di tempo per prendere le sue decisioni. E se invece fosse più saggio spalmare la riduzione del debito in 40 o 50 anni, anziché 20, non sarebbe forse questa una soluzione migliore per la stabilità e la governabilità di un Paese?

Che l’Italia abbia bisogno di riforme, più che di manovre, è fuori discussione. Ma pretendere dal Belpaese il rispetto di una cambiale choc come il fiscal compact significa condannare tutti a una condizione di precarietà permanente, a un nuovo drastico taglio del tenore di vita, con tutte le conseguenze sociali facilmente immaginabili.

Se l’Italia non è esplosa come la Grecia, non è dipeso (solo) dal fatto che lo Stivale contiene un’economia di gran lunga più dinamica di quella ellenica, ma anche o soprattutto dal fatto che la nazione di Dante rimane, nonostante tutto, un popolo di formiche rispetto a decine di popoli di cicale. La famiglia resta ancora il principale salvadanaio, l’ammortizzatore più collaudato per attutire gli urti occupazionali cui vanno incontro i suoi figli. Ma fino a quando l’eredità tramandata da chi non c’è più, fino a quando i risparmi degli anziani potranno soccorrere una generazione sempre più precaria, alle prese con una crisi economica più cronica del diabete?

Rispettare alla lettera il fiscal compact significa consegnare il Paese a un futuro di lacrime e sangue, con la prospettiva di non rivedere mai la luce all’uscita dal tunnel. Applicare alla lettera il dettato europeo, voluto dalla Germania, sul risanamento dei conti significa preventivare altre grandinate di tasse, come se quelle già subite non fossero troppe e insostenibili. Rispettare le scadenze del fiscal compact significa mettere in cantiere un’altra ondata di tagli, che quasi sempre sfocia in un successivo flusso di imposte, perché solitamente in Italia le manovre di tagli-e-tasse avvengono per traslazione: dall’ente più grande si toglie qualcosa al più piccolo, col risultato che l’ultimo della serie dovrà chiedere soccorso ai contribuenti.

Che gli sprechi siano intollerabili, non ci piove. Che lo Stato debba combattere la propria obesità, è scontato. Ma la diluizione dei tempi è essenziale per evitare che la strategia anti-crisi voluta da Berlino provochi un esito più infausto del male che s’intende contrastare. Si potrebbe obiettare che l’Italia non è rinomata per il rispetto degli impegni. Sarà. Anche se - perdonateci la battuta forse fuori posto - la vicenda dei marò tornati in una prigione indiana dimostra che l’Italia sa mantenere la parola data. Ma ci sono mille modi per verificare, in corso d’opera, il rispetto delle scadenze. L’importante è permettere a una nazione cardine dell’Europa e dell’euro di rientrare nel club dei virtuosi senza l’assillo di un programma capestro e più pesante di un ippopotamo.

Non sappiamo quale sarà l’importanza che verrà data a questi temi nella campagna elettorale, ma le cifre della crisi e della micidiale rasoiata ai consumi obbligano a una seria riflessione in merito. Anche l’America, che è l’America, ha bisogno di tempo per uscire dalla morsa del debito. Figuriamoci l’Italia, che non è l’America, ma che per fortuna - a differenza della Confederazione a stelle e strisce - è abitata dalle famiglie più risparmiose dell’intero Occidente.

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