Domenica 24 Marzo 2019 | 06:13

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Già un anno fa il professore aveva deciso di fare politica

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO 

Il professor Mario Monti non ha deciso ieri l’ingresso in pianta stabile fra i politici-politici. E neppure qualche settimana fa. L’ex rettore della Bocconi ha deciso di varcare il Rubicone della politica quasi un anno fa quando, era gennaio 2012, accettò di raccontare la sua storia di successo al settimanale berlusconiano Chi, diretto da Alfonso Signorini, specialista di gossip e di comunicazione intimistica. Il fotoromanzo montiano ricalcava e ricordava analoghe agiografiche narrazioni illustrate, la più celebre delle quali, in passato, aveva avuto come protagonista il Cavaliere di Arcore. Due mesi più tardi, nel marzo 2012, sarà la consorte dell’attuale presidente del Consiglio a dilungarsi sul suo Mario in privato. Altri scampoli del Professore visto da vicino al di fuori delle cerimonie ufficiali campeggeranno ancora sui fogli rotocalchistici. Fino a quello che si potrebbe definire il punto di non ritorno della metamorfosi tecnico-politica del Nostro: l’intervista mattutina su Rai Uno, ai primi di dicembre, nella quale il Professore rivelava che a un suo nipotino di tre anni gli amichetti dell’asilo avevano appioppato il nomignolo di Spread . 

Una sorta di ironica, ma definitiva umanizzazione, da parte di un cattedratico algido e distaccato. Ora. Un tecnico-tecnico che voglia conservare il suo profilo di esperto super partes si guarda bene dal fornire alla stampa più frivola, ma più adatta a costruire l’immagine a 360 gradi della Razza Vippona, gli elementi utili all’intera operazione politico-mediatica. Un super-tecnico che non deve cimentarsi con il giudizio elettorale non ha alcuna necessità di aprire il suo scrigno di ricordi per una platea di lettori, com’è quella dei settimanali in rosa, solitamente poco interessata alle news dai palazzi del Potere. Se Monti lo ha fatto, significa che vuole investire in popolarità. Se vuole investire in popolarità, significa che ha già programmato il volo dal ramo tecnico al ramo politico, che si misura coi numeri, con le elezioni, con lo spirito di parte. Non è la prima volta che, strada facendo, un tecnico modifica il suo status professionale, a dimostrazione che, per molti, l’attività politica è più allettante e irresistibile di un dopocena con Monica Bellucci. 

È forse la prima volta che un tecnico ultraorgoglioso della sua caratura accademica, e tutt’altro che destinato a una fugace apparizione nelle stanze che contano, abbia deciso il grande passo. Certo, il senatore a vita Mario Monti non troneggerà nelle liste dei candidati, ma uno schieramento di partiti centristi farà campagna elettorale per allungare la permanenza del Professore a Palazzo Chigi anche nella prossima legislatura. La sostanza cambia poco: l’ex tecnico Monti contenderà a Bersani, Berlusconi e forse Tremonti lo scettro del governo italiano. A questo punto sorge una domanda. Conviene al Professore sfidare l’ira di Napolitano, la contrarietà di D’Alema, gli attacchi di Vendola, la combattività di Berlusconi? Conviene al Professore rischiare di venire oscurato dallo scontro Berlusconi-Bersani, che si prepara a diventare la colonna sonora della campagna elettorale? Sono in molti a sconsigliare al premier l’endorsement per il Terzo Polo, da esternare in nome della coerenza europea, ma evidentemente al Professore non difetta il coraggio: quando si trova al bivio, non opta per la strada più facile. 

Diciamolo. Il Professore rischia tutto. Se il suo ruolo di federatore centrista non dovesse incontrare il favore degli elettori, Monti si ritroverebbe con un pugno di mosche in mano. E né potrebbe riprendere dall’armardio la tuta di mega-tecnico. I partiti, preventivamente, gli sottrarrebbero il lucchetto. Comunque. Se Monti, nonostante i moniti del Capo dello Stato, si è deciso alla discesa in campo (sia pure in forma indiretta) lo si deve a due ragioni di fondo. La prima l’abbiamo indicata nell’incipit di questo articolo: le sirene della politica lo avevano già ammaliato e sedotto un anno fa. La seconda va ricercata nell’abor to della riforma elettorale, aborto che ha vieppiù rafforzato un convincimento (lo sbarco definitivo in politica) che il premier aveva già maturato. La sopravvivenza del Porcellum - di un sistema elettorale che oltre a consentire la nomina dei parlamentari da parte dei leader permette il raggiungimento di una ragguardevole maggioranza numerica alla Camera - non ha giovato alle prospettive di Monti sia se fossero rivolte a Palazzo Chigi sia se fossero indirizzate al Quirinale. 

Nonostante gli appoggi e la stima internazionali, in ogni caso Monti avrebbe dovuto cedere il timone dell’esecutivo al capo della coalizione vittoriosa. Uno schema che avrebbe potuto ripetersi anche in occasione della scelta del successore di Napolitano. Se un’alleanza dispone di una maggioranza autosufficiente, sarà più forte la tentazione di non ricorrere a un esterno o a una personalità al di sopra di tutti. E il Porcellum, ripetiamo, agevola questo discorso. Ecco perché di fronte a uno scenario poco rassicurante, il Professore sembra orientato a mettere la faccia sul cartello elettorale a lui più fedele. Glielo chiedono i suoi amici europei, glielo suggerisce l’ambizione politica già manifestatasi nella fotostoria, di un anno fa, su un settimanale. E poi? Poi si vedrà.

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