Martedì 26 Marzo 2019 | 17:12

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Quante tracce di Sud nel Nord di Bellocchio

di Raffaele Nigro
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La giuria del premio Palmi ha inteso premiare Marco Bellocchio per la sua attività di intellettuale e regista impegnato su vari fronti della scrittura cinematografica. La sua doppia formazione socialista e cristiana hanno fatto di lui un inquieto osservatore della società del nostro tempo e l’artista che al ribelle, al regista che con rabbia fustiga una società addormentata come racconta la metafora di Eluana Englaro, alterna l’esteta, l’uomo che non riesce a sganciarsi da un profondo bisogno di osservare e godere della bellezza, intesa come bellezza letteraria e del pensiero. Questa diversione colta con rimprovero dalla critica cinematografica costituisce per noi un dato di positività, in quanto dice della ricerca continua di Bellocchio, del suo bisogno di non restare in una monomaniaca formula di attacco ma di perseguire varie vie di ricerca, di alternare le ansie di ribellione sociale alla voglia di osservarsi dentro e capire come siamo fatti, come reagiamo di fronte a un mondo che vorremmo strutturato a nostra misura e che invece va per conto suo, seguendo altre anomalie e altre follie. La forza d’urto del suo cinema si rivelò negli anni giovanili, in quel vento di ribellione del ’68 e dintorni. La Cina è vicina faceva cogliere almeno nel titolo e in contrapposizione con la dura descrizione documentaristica di Il popolo calabrese ha rialzato la testa, un dissidio globale - locale che esploderà quarant’anni più tardi. Era già un doppio guardare, al mondo vicino e alla bufera sociale ed economica che si stava preannunciando. Bellocchio era un uomo scomodo, per sé e per gli altri, che viveva la scomodità di un mondo sociale diviso in classi contrapposte. Incarnava i dissidi di tutta una generazione e li raccontava in film duri dove bisognava scalfire la monoliticità dell’assetto borghese. L’attacco era concentrico, ai manicomi, col film Matti da slegare; alle istituzioni militari, alla sinistra esondata nel terrorismo e incapace di riformismo, alla famiglia all’interno della quale si consumavano i più gravi delitti psicologici, alla chiesa che faceva dell’Italia l’unico paese al mondo dominato da un istituto religioso.

Avventura - Era il magistero di Pasolini, del quale tutti sentivamo la forza critica e l’avventura corsara. Aveva bisogno di fughe Bellocchio, bisogno di cercare strade alternative e anche il sodalizio con la psichiatria e la psicanalisi che la critica non gli riconosce come un momento positivo nella sua costruzione cinematografica, non sono che attesa della folgorazione, bisogno di scavare nella psicologia del profondo al modo in cui a fine 800 fece la grande narrativa russa rivolta a Freud e lo stesso Pasolini fece fuggendo verso i grandi poemi epico-popolari. E’ che il guerriero ha bisogno di riposo, ha bisogno di capire se la vita debba essere condotta esclusivamente con le armi in pugno o se ci sia spazio per il godimento della bellezza, se davvero la bellezza può essere utile a salvare o a cambiare il volto del mondo. Tra il ’77 e il ’92 Bellocchio ha subito l’attrazione della letteratura, si è dedicato alla trasposizione e all’interpretazione di Cechov, di Von Kleist, di Radiguet, ha provato a vedere se il male che leggiamo fuori di noi non abbia piuttosto origine dentro di noi. Si è parlato di un periodo in ombra, un periodo grigio, di tempo speso. Ma la critica guarda spesso solo alle opere finite, ai capolavori, senza scavare nelle opere preparatorie, nelle sperimentazioni degli autori, che sembrano farli divergere dal loro cammino e invece sono puntelli della ricerca, vie collaterali per cogliere meglio le strade maestre. E l’ultima filmografia lo sta a spiegare, laddove Bellocchio è tornato a discutere di politica e società, ma non più con una interpretazione manichea, il bianco e il nero, ma con un cinema che si interroga e che pone domande, qual è stato il caso de La bella addormentata e cerca risposte. C’è infine una finestra che non possiamo non indicare, dal momento che assegniamo a Palmi, nel sud del sud un premio “I Sud del Mondo” a un regista dell’estrema provincia settentrionale. Sono molti i punti di contatto con noi, aldilà del fatto che non possiamo non dirci tutti italiani: stanno nel suo rapporto giovanile con Andrea Camilleri, durante gli anni di formazione alla scuola di regia e poi nello scavo nella letteratura di Pirandello, con le regie de La balia e dell’Enrico IV e che spiegano ulteriormente la convivenza della doppia inquietudine, politica ed esistenziale e poi in quel Buongiorno notte, del 2003, dove si torna sì a discutere di politica nazionale, della strategia della tensione e del compromesso storico ma che per farlo ricorre alla prigionia di Aldo Moro e ai giorni feroci che l’Italia visse tra stupore e paura, Aldo Moro, un altro uomo del sud.

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