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Il professore al bivio dopo un anno sulla torre

di Giuseppe De Tomaso
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Fino a poche settimane addietro la posizione di Mario Monti sulla scacchiera della politica nazionale era più inattaccabile di quella di un re protetto dalla regina, dagli alfieri e dalle due torri. Adesso, invece, il Professore, per non finire sotto scacco, ha annunciato le dimissioni. Troppo plateale era lo strappo ostile da parte del Pdl, per sperare in un’accettabile ricucitura.

L’orgogliosa decisione del premier, pur non costituendo un fulmine a ciel sereno, è destinata comunque a scuotere vieppiù il già agitato quadro politico. Tanto che qualcuno non esclude un’ulteriore sortita montiana in rottura con l’immagine di personalità super partes che ha accompagnato l’economista varesino dalla cattedra universitaria e, soprattutto, dalla sua nomina a senatore a vita.

Da quando, un anno fa, Monti è subentrato a Silvio Berlusconi nella titolarità di Palazzo Chigi, analisti, retroscenisti, dietrologi e futurologi hanno sempre convenuto su un punto: il 2013 avrebbe messo l’ex rettore della Bocconi nella felice condizione di scegliere tra il bis alla guida del governo e l’approdo sul Colle presieduto da Giorgio Napolitano. L’ipotesi del bis al vertice dell’esecutivo era avvalorata dalla convinzione che difficilmente dalle urne sarebbe emersa una maggioranza assoluta, perché nel frattempo la riforma elettorale avrebbe impedito al partito (o alla coalizione) di maggioranza relativa di ottenere quel bonus di seggi che consente di raggiungere il 55 per cento della rappresentanza parlamentare.

Ora, nonostante il pressing di Napolitano nei loro confronti, è più facile che i parlamentari decidano di tassare l’aria piuttosto che varare le nuove regole del voto. Ovviamente, la sopravvivenza del Porcellum non agevola la conferma del Professore a Palazzo Chigi. Forte dell’automatica maggioranza assoluta nelle due aule, il vincitore delle prossime elezioni vorrà impugnare lo scettro del governo senza delegarlo, nemmeno per una settimana, a un outsider, fosse pure un dio in terra. Infatti, già da tempo Pier Luigi Bersani, il favorito per le imminenti politiche, esclude qualsiasi replay della squadra tecnica modello Monti.

Ma il mancato de profundis al Porcellum non incide soltanto sulla gara per la presidenza del Consiglio. Inciderà pure sulla corsa per il Quirinale. Anche per la successione a Napolitano sarà decisiva la geografia parlamentare. Se sarà il centrosinistra a prevalere e a disporre della maggioranza assoluta dei seggi, difficilmente il suo stato maggiore vorrà rinunciare a candidare un proprio iscritto. Il che non giova alla soluzione Monti, che sarebbe apparsa più chiara del sole solo se nessuno schieramento parlamentare - in seguito alla riforma elettorale - avesse potuto mettere sul tavolo il peso di una maggioranza assoluta nelle due assemblee. Non a caso, da qualche tempo, ha ripreso vigore il tam tam su Romano Prodi. Già primo ministro, già ispiratore numero uno del partito democratico, Prodi appare il candidato naturale del centrosinistra in caso di conservazione del Porcellum. L’economista bolognese non si lascia scappare una sillaba, in proposito, neppure per sbaglio. Infatti, gli conviene stare a guardare e aspettare. Il Porcellum potrebbe allietargli la prossima primavera.

Monti deve aver capito che la nuova scena romana rischia di escluderlo dai primi piani. Tanto è vero che nelle settimane scorse aveva aperto uno spiraglio in direzione di quanti, al centro e nello stesso Pdl, non lesinano sforzi in favore di un listone Monti in grado di inserirsi con buone opportunità nel duello tra Bersani e Berlusconi. Il premier aveva insistito più volte sull’autonomia decisionale. Traduzione: potrei proseguire l’esperienza politica sotto altre vesti, non più quelle di una riserva di lusso della Repubblica, ma quelle di un protagonista a tutto tondo.

Il messaggio in codice sussurrato da Monti è stato captato immediatamente dal radar di Napolitano, che al Professore aveva assegnato un altro compito: restare al di fuori della schermaglia politica, per poter muoversi con maggiore agilità nell’azione governativa. Infatti, è arrivato dal Quirinale l’altolà più inequivocabile alle potenziali ambizioni elettorali di Monti («È già senatore a vita, non è candidabile»). Il premier ha capito l’antifona e si è adeguato. Almeno per ora. Almeno fino a quando non sarà approvata in parlamento la legge di stabilità.

E poi? Il governo ha finito la sua corsa. Berlusconi e Bersani smaniano dalla voglia di affrontarsi nelle piazze e sugli schermi tv. Grillo non vede l’ora di capitalizzare in seggi i pronostici d’oro confezionati dai sondaggisti. Rimane il centro, che aveva affidato a Monti leadership e brand. Il Professore vorrà dare la benedizione ai moderati di Casini e Montezemolo che guardano a lui anche per calamitare gli insoddisfatti del berlusconismo che ancora militano nel Pdl? Probabilmente metà Monti spinge per il sì, metà Monti spinge per il no. Staremo a vedere. Probabilmente se il tandem Casini-Montezemolo avesse lanciato nei mesi scorsi, quando Berlusconi aveva annunciato il passo indietro, la sua opa sul centrodestra, l’operazione «Monti in campo» sarebbe risultata meno azzardata. Ora, invece, con il Cavaliere risalito sul suo cavallo di battaglia, sarebbe difficile immaginare un terzo protagonista della volata finale, anche se i partiti moderati dovessero annunciare Mario (e) Monti. Ma non si sa mai.

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