Martedì 26 Marzo 2019 | 17:02

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La lezione della natura su Taranto martoriata

di Michele Partipilo
di Michele Partipilo 

Sembra una maledizione. O forse l’ira divina, come hanno subito commentato sui social network. Fatto sta che sulla martoriata Taranto ieri si è abbattuto un tornado, un fenomeno naturale di inaudita violenza. 

Il tornado ha provocato un morto, anche se formalmente è un disperso, una quarantina di feriti e danni ancora da calcolare. Lunghi minuti di terrore di fronte alle auto che volavano come fuscelli insieme a detriti, pezzi di ferro, cartelloni pubblicitari, mentre una nuvola nera partita dal mare avvolgeva il siderurgico. Quasi un contrappasso, dopo tutte le nubi pestifere sputate dai camini in questi decenni. E poi il crepitio del fulmine e il boato successivo: proprio uno di quei camini centrato in pieno, con le fiamme a creare bagliori di nuovo terrore. Dappertutto le sirene d’allarme dei soccorsi, la fuga per mettersi al riparo. Più che una tromba d’aria è sembrata la settima tromba dell’Apocalisse.

Gli esperti parlano di una «cella connettiva a mesoscala» per spiegare il tornado, fenomeno più unico che raro dalle nostre parti. Eppure è successo. È madre natura che sembra ribellarsi con altrettanta violenza alle violenze degli uomini. O è il Padreterno che s’è stancato e ha deciso di concludere a modo suo la drammatica antinomia fra lavoro e salute, come la vox populi dei tempi correnti - Facebook - registrava ieri a caldo in molti commenti.

Ora bisognerà contare i danni e cercare anche di capire che cosa e fin dove le violenze dei venti hanno sparso nell’aria. Si potranno raccogliere lamiere, vetri rotti e rami d’albero, ma ben poco si potrà fare per il resto: polveri e veleni. Gli scrosci di pioggia potrebbero aver lavato molto e questa è la speranza.

C’è una vittima quasi certa: al porto, il manovratore della gru abbattuta dal vento. Di lui non c’è più traccia, le ricerche in mare riprenderanno oggi. Ma senza speranze. E già divampa la polemica sulle misure di sicurezza: l’anemometro che all’aumentare delle raffiche di vento doveva bloccare il funzionamento della gru sarebbe stato guasto o disattivato. Falso, replicano dall’Ilva. Sia come sia è un’altra bara da caricare sulla lunga lista «morti per il lavoro».

Taranto è sotto choc per tutto quello che è accaduto, soprattutto perché il tornado era inatteso, almeno per la violenza con cui si è manifestato. È facile cadere nello sconforto. Prima il sequestro di un’azienda che dà da mangiare a mezza provincia, poi i bagliori di una possibile soluzione, l’altro giorno - infine - il colpo di grazia con l’acciaio sequestrato al porto e la decisione di chiudere lo stabilimento. Migliaia di famiglie nel panico, figli e nipoti di quei metalmezzadri che avevano visto l’arrivo del siderurgico come una rivoluzione. E tale era stata per tutto il territorio, una secolare vocazione agricola portata a mutazione nel volgere di un lustro. Italsider, Arsenale, Raffineria: Taranto sembrava diventare un grande centro industriale. Poche Cassandre si chiedevano però quale fosse il prezzo da pagare. Anche la magistratura, oggi così giustamente attenta, all’epoca si era distratta. Eppure il manto mortale delle polveri sulle case, sugli alberi e sulle strade era visibile allora come adesso.

Da ieri alla disperazione per il futuro nero si è aggiunto questo schiaffo della natura. Se ne può uscire solo con l’uso della ragione, sforzandosi di capire che ogni azione di forza scatena altre forze. Che talvolta si trasformano in un tornado.

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