Giovedì 21 Marzo 2019 | 02:35

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La sfida che verrà tra il cavaliere e l'ex scudiero

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO

Chi c’era racconta che l’«8 novembre» scorso stava per trasformarsi nel «25 luglio» di Silvio Berlusconi, e che dopo la sostanziale rottura con il suo (ex) pupillo, il fondatore del centrodestra avrebbe deciso di dar vita a una repubblica sociale (Salò) di amazzoni irriducibili. Certo, le vicende umane e politiche del cavalier Silvio e del cavalier Benito non sono accomunabili, ma i tramonti dei leader carismatici si somigliano assai. 
Angelino Alfano non è il clone di Dino Grandi (1895-1988), il gerarca che in una calda notte dell’estate 1943 pose fine al ventennio di Benito Mussolini (1883-1945) col più glaciale degli ordini del giorno. Ma di sicuro nessuno avrebbe scommesso, solo due mesi fa, sul fatto che il giovane politico siciliano avrebbe costretto il suo recalcitrante Principale ad arrendersi al rito delle primarie, una bestemmia per i gusti del Cav. 

Invece, non solo Alfano ha tirato fuori quel «quid» di cui l’ex premier lo riteneva sprovvisto. Ma, addirittura, ha sciorinato un repertorio linguistico finora mai recitato nei confronti di Berlusconi, solitamente abituato a monologhi da mattatore teatrale in un clima di servo encomio. Ora. Il Popolo della Libertà potrà pure sopravvivere sul piano elettorale. Ma l’altro ieri è andato in onda il «parricidio» più inatteso e clamoroso degli ultimi tempi. Infatti: il Pdl non sarà più se stesso. Perché immaginare un Pdl orfano del suo Fondatore è come immaginare Barack Obama senza la mediatica consorte Michelle o la buonanima di Raimondo Vianello (1922-2010) senza Sandra Mondaini (1931-2010). Impossibile. 

Invece, l’impossibile si sta per verificare. Il Cavaliere ha cominciato a disamorarsi della sua creatura partorita sul celebre predellino, non appena gli hanno spiegato che il suo ragazzo Angelino faceva sul serio con la «faccenda» delle primarie. Fino a quando le «primarie» servivano solo come effetto annuncio tipico di una strategia comunicazionale, nulla quaestio. Re Silvio avrebbe benedetto l’attivismo del suo delfino, sicuro che quest’ultimo non avrebbe oltrepassato i confini dei conciliaboli d’anticamera. Ma, ripetiamo, non appena si è reso conto che il suo (ex) scudiero non abbaiava alla luna, il Cavaliere ha cambiato umore e strategia: neppure dieci sconfitte di seguito del suo Milan con l’Inter lo avrebbero rabbuiato così. 

Si rendeva conto, Berlusconi, che, indipendentemente dall’esito delle primarie, lo svolgimento stesso, anzi, l’invocazione stessa, delle primarie certificava la sua destituzione dal trono del Pdl. Di solito i monarchi, in politica e nelle aziende, non vogliono mai mollare lo scettro, ma - qualora si decidessero a farlo - vogliono essere loro a stabilire tempi, modalità e beneficiari della successione. «Se fai testamento, sei morto in quel momento», sostenevano nei secoli scorsi. Ecco, Berlusconi non solo non ha mai voluto fare testamento (politico e aziendale), ma, negli anni, ha eliminato sul nascere tutti quegli ostacoli di partito (dai congressi alle primarie) che avrebbero potuto, una volta o l’altra, consegnarlo alla condanna testamentaria. Cioè al divorzio dal Proscenio e dal Potere. 

E poi. L’idea in sé delle primarie confliggeva e confligge con la formula del partito plebiscitario e carismatico, aziendale e monocratico. Dunque, addio. Meglio volare a Malindi dall’amico Flavio Briatore per trascorrere piacevoli giornate al sole che affrontare il prologo di quelle primarie che avrebbero raccontato e rendicontato la fine di un impero. Addirittura, avrà pensato il Nostro, meglio affrontare una dolorosa seduta dal dentista che assistere, passivo, a battaglie interne all’ombra dei gazebo per la scelta dell’e re d e. Ma siccome il Cavaliere del secondo Ventennio, come il Cavaliere del primo Ventennio, non è tipo da ritirarsi a scrivere le memorie, c’è da scommettere che al ritorno dal Kenya, o nei giorni successivi, Berlusconi fonderà la sua «repubblica di Salò», vale a dire il partito dei duri e puri che sta a cuore soprattutto all’indomita Daniela Santanché. 

Il fatto, poi, che siano soprattutto le dame del Pdl a spingerlo su questa strada, determina per il Cav un effetto più eccitante della caffeina. Da esperto di marketing, Berlusconi sa che - nonostante il bunga bunga e lo spread stellare, i processi e certe amicizie compromettenti - il brand della sua persona fa presa su quello zoccolo duro dell’elettorato che ama Silvio a prescindere e che considera tutti i suoi incidenti di percorso frutto esclusivo di piani cospiratori realizzati dai suoi nemici. 

Ma quanto può valere in termini elettorali il marchio del Cavaliere? Il diretto interessato non lo sa. Ma di una cosa appare convinto: il brand di un partito berlusconiano-berlusconiano vale più del brand pidiellino rimasto nelle mani di Alfano e di tutti gli altri post-erlusconiani. Ergo, ragiona l’ex premier, non rimane che dimostrarlo nell’urna. Prepariamoci dunque a uno sprint elettorale più contraddittorio di un quadrato a tre lati. Prepariamoci a una sfida nella sfida nel campo dello schieramento da tutti dato per sconfitto. Berlusconi contro il suo (ex) prediletto. Il «figlio» contro il «padre». E c’è da ritenere che questa inattesa battaglia tra «padre» e «figlio» farà scorrere più fiumi di inchiostro, e di fiele, di dieci primarie tra Bersani, Renzi e Vendola.

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