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Vizi e virtù degli italiani in 400 anni di vocabolario

di Michele Partipilo
di MICHELE PARTIPILO

Fra i tanti anniversari in scadenza quest’anno, è prossimo quello del vocabolario. Nel 1612 l’Accademia della Crusca realizzava l’unità linguistica dell’Italia con abbondante anticipo sull’unità politica, all’epoca del tutto imprevista. Ma il vocabolario era una novità assoluta anche per l’Europa. Il Vecchio Continente era alle prese con mille dialetti e con il latino come lingua transnazionale, ma espressione solo del potere: religioso, politico e culturale. Per cui l’iniziativa dell’Accademia è in realtà un’opera «rivoluzionaria» poiché pone le basi per superare la lingua dei potenti e dei potentati. Dopo 400 anni l’impronta sovversiva si è tramutata nel suo esatto contrario. La veloce e a tratti violenta evoluzione del linguaggio costringe ormai a inseguire la realtà. 

Per cui il vocabolario è diventato una sorta di stato di nascita per neologismi creati dall’uso o dalla fantasia dei parlanti. Ogni anno, per invogliare all’acquisto, vi sono edizioni aggiornate di dizionari che registrano 1.000-1.500 termini di nuovo conio ma entrati nell’uso comune. Il più delle volte si tratta di parole o espressioni nate sui giornali o all’interno di gruppi sociali ben definiti: i giovani, innanzitutto, certamente i più prolifici e fantasiosi, ma anche manager e tecnici. «Rottamare» e «spending review» costituiscono le new entry delle edizioni in preparazione per le prossime pubblicazioni. Spesso questi termini svaniscono nel giro di qualche anno: o perché è è scomparso il personaggio cui erano riferiti («moroteo» e «doroteo») o perché è caduto in desuetudine il fenomeno che l’aveva generato («governo balneare» o «cerchiobottista»). L’atto di nascita di una parola a volte porta con sé già il certificato di morte. 

I giovani di oggi sono poco abituati a compulsare il dizionario. I più solerti digitano la parola su google e si accontentano della prima spiegazione, che poi non sempre è esatta o completa. E si apre qui un’antica questione: quanto sia lecito forzare le regole della lingua e il significato delle parole in nome della naturale evoluzione e quanto sia invece errore da sottolineare con la matita blu. La lingua è rappresentazione della vita e non può essere cristallizzata una volta per sempre senza farne un «lingua morta». Per esempio, sono frequenti le lamentazioni contro la scomparsa o il cattivo uso del congiuntivo. La ragione va ricercata nel fatto che il congiuntivo è la lingua del dubbio. 

La comunicazione oggi, a causa del dominio dell’immagine, è icastica. Dai titoli dei giornali alle pubblicità, siamo attorniati da affermazioni apodittiche. La morte del congiuntivo non è un problema linguistico, è un problema filosofico che ci porta lontano. Perché significa che ogni parlante annuncia certezze e dunque è potenzialmente in conflitto con il suo simile, che annuncia altrettante certezze. Il congiuntivo è la lingua del dialogo, di coloro che procedono per congetture e confutazioni, di chi è alla ricerca e con curiosità ama guardarsi intorno e interrogarsi.

I tedeschi chiamano il vocabolario «Wörterbuch», letteralmente «libro delle parole». Ma un vocabolario è anche un libro di storia che analizza e conserva i cambiamenti di una società. Prendete un dizionario del secolo scorso e andate alla ricerca di qualche parolaccia: o non la troverete o accanto vi sarà segnato in corsivo «Volgare». Prendete ora un dizionario di recente pubblicazione e ricercate la stessa parola: non vi troverete alcun corsivo e, anzi, vi saranno fornite le possibili variazioni sul tema. È la fotografia di quanto il nostro linguaggio sia diventato volgare - cioè del volgo - nel senso che si è assottigliato il confine fra linguaggio pubblico e linguaggio privato. Con quest’ultimo infarcito di termini dialettali e scurrili, che ora sono entrati con tutti i crismi nel linguaggio pubblico. È in qualche modo la mission degli antichi Accademici della Crusca che si compie, nel senso che la lingua dopo aver perso le connotazioni dialettali perde ora la distinzione tra ciò che si può dire in pubblico senza arrossire e ciò che si può dire in privato senza correre il rischio di non essere compresi. 

Certo, l’unificazione si poteva anche compiere giocando al rialzo più che al ribasso, come è invece accaduto. Ma questo non è compito dei vocabolari, è compito degli intellettuali. A proposito: lamentiamo l’assenza della Politica, ma qualcuno si è accorto della scomparsa della Cultura? Fra 400 anni chissà che cosa si potrà celebrare di paragonabile al vocabolario.

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