Giovedì 21 Marzo 2019 | 03:10

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La caduta dei potenti tra farsa e tragedia

di Oscar Iarussi
di OSCAR IARUSSI 

È «la caduta degli dei»? Mah. Somiglia piuttosto a un’ennesima puntata del «marziano a Roma» (o a Milano). Più che alla rovina maestosa di certe atmosfere teutoniche care a Wagner, Mann e Visconti, noi italiani siamo affezionati al capitombolo grottesco satireggiato da Flaiano e Fellini. Sempre capaci di banalizzare tutto e chiunque, edulcorando o enfatizzando (pari sono) persino il malcapitato extraterrestre. Sebbene del tragico germanico stavolta il Belpaese stia riproponendo l’effetto sorpresa. Chi avrebbe detto due-tre giorni prima del 9 novembre 1989 che il Muro di Berlino era lì lì per crollare? E chi, fra i nostri opinionisti politologi porta-a-portisti, aveva presagito il declino o l’uscita di scena di taluni storici protagonisti della vita politica nazionale? Eventi tanto repentini e sorprendenti da apparire incredibili. E, in effetti, sarà vero? Un «terremoto» - l’avremmo definito sino a ieri l’altro senza tema di smentita giudiziaria, prima del verdetto aquilano in danno dei sismologi imprevidenti. 

Dapprincipio è toccato a Umberto Bossi, costretto a un inglorioso sipario dalle scorribande del «figliol trotico». Sperperi giovanili che si potevano arginare, giacché nel Varesotto, dove è nata e prospera la Lega, da tempo si diceva peste e corna del rampollo del «senatùr». Invece, l’addio di Bossi coincide con la fine di un mondo, della heimat «padana», la piccola patria in cui stringersi fra simili a difesa della perfida globalizzazione. È l’ultimo atto di un ventennale sogno agorafobico del Nord, ma anche la chiusura di una prospettiva federalistica coltivata non solo dalle camicie verdi. 

Poi, Walter Veltroni e Massimo D’Alema. Entrambi pronti, con modalità assai diverse fra loro e una speculare volontà di potenza/ impotenza, a non ricandidarsi in Parlamento pur di evitare la «rottamazione» invocata da Matteo Renzi («Ma se Renzi vince le primarie, io gli do battaglia» - si è puntigliato D’Alema). 
Quindi Roberto Formigoni, ufficialmente ancora al Pirellone, ma sul cornicione. Infine, si fa per dire, Silvio Berlusconi, appena rassegnatosi al farmaco (veleno e rimedio) per un Pdl da mesi in stadio pre-agonico: «Non sarò il candidato premier del centro- destra». Come se non bastasse, Berlusconi è stato condannato ieri a quattro anni e, se la sentenza diventerà definitiva, all’interdizione dai pubblici uffici: frode fiscale nella compravendita dei diritti televisivi Mediaset. 

Tutt’intorno, il surrealismo all’italiana non scema neppure in tempi di sobrietà montiana. Altro che «schizzinosi» o choosy , come il ministro Fornero ha definito i giovani (ma perché non rimbrottarli o spronarli in italiano?). Il governo si regge da un anno sui voti del Pdl e del Pd, che tuttavia gareggiano nello sparlare del governo. Le primarie del centro-sinistra, dopo una tormentata gestazione delle favolose «regole», mettono in scena il copione di avversari nel medesimo Partito democratico che non si limitano ad attaccarsi con rispetto (sarebbe così prosaico), ma tendono alla reciproca delegittimazione. Tipica astuzia della sinistra italiana: segare il ramo su cui siede. Ah, naturalmente il Pd è alleato di Sel, che di Monti neppure vuole sentir parlare. 

Provate a spiegarlo non a un estone, senegalese, californiano, ma a un vicino ticinese. Vediamo chi vi riesce. O provate a dirgli che dopo un ventennio di vita pubblica dominata dalla cifra «televisiva», adesso quasi un quinto degli elettori italiani parrebbe confidare in un altro condottiero proveniente dalla Tv, sodale dei guru del mondo virtuale, qual è Beppe Grillo. Sul web, date un’occhiata alle pagine Facebook dei residui politici su piazza, bersagliate da volgarità e improperi, o da «post» virulenti e spesso insensati (non mancano purtroppo misoginia e omofobia). Popolo bue? Voglia di forca? Può darsi, ma anche questo è un segnale di leadership carenti o di élites «riluttanti» per dirla con un titolo laterziano di Carlo Galli. Sono gli stessi leader affidatisi negli ultimi anni al populismo mediatico, al giudizio trinciante, alla decisione non condivisa alla faccia della retorica di internet, al balletto delle maschere in commedia. Leader altresì circonfusi di aureole profane, irraggiungibili se non dai «cerchi magici» degli adepti o delle ancelle. Una dimensione del potere che sarebbe fuorviante definire tout court «berlusconiana» perché riguarda numerosi altri capi e capetti, anche negli enti locali investiti dagli scandali nelle ultime settimane. Per non parlare del simulacro o totem delle primarie che anche il centro-destra ora comincia a venerare. Sarà mica un alibi la partecipazione politica della mitica «base» una volta ogni tre-quattro anni? No, eh? «Chi ha avuto successo non ode che gli applausi. 

Per il resto è sordo», ricorda Elias Canetti in La provincia dell’uomo. Perciò molti inveterati nel comandare (non è meglio che fottere, talora è fottere) non prestano orecchio al crepitare del crollo imminente, all’annuncio della fine. Vedono il viale di sempre, ciechi al tramonto. Ma non si preoccupano troppo, fiduciosi in se stessi, ovvero nel trasformismo o gattopardismo intrinseco alla storia d’Italia: «Tutto deve cambiare perché tutto resti eguale» (Giuseppe Tomasi di Lampedusa). A proposito, domani si vota in Sicilia.

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