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Monti, Renzi e i nuovi giochi senza frontiere

di Giuseppe De Tomaso
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Se pianificare in economia è difficile, in politica è praticamente impossibile. Nulla lo testimonia più dell'exploit delle due ultime variabili indipendenti nel monòpoli del potere italico: Mario Monti e Matteo Renzi.

Quando Pier Luigi Bersani e Silvio Berlusconi decisero di far parte della stessa maggioranza che portò a Palazzo Chigi il presidente della Bocconi, ciascuno dei due era convinto che il Professore avrebbe ballato per una sola estate. Esaurito il compito di rastrellare un po' di miliardi per rassicurare i mercati e ridurre lo spread con i titoli tedeschi, l'economista varesino sarebbe tornato ai suoi studi o dietro qualche scrivania da favola in quel di Bruxelles. I fatti si stanno incaricando di smentire questa previsione.

Giorno dopo giorno, s'infittisce la schiera di tifosi eccellenti, in Italia e oltre frontiera, che premono per la riconferma dell’attuale presidente del Consiglio. Barack Obama non fa mistero di apprezzare il capo del governo italiano. Angela Merkel idem. Per non parlare della Chiesa e della Confindustria che, da noi, non sono l'ultima ruota del carro (chiedere a Berlusconi quanto ha influito sul suo sfratto la sfiducia da parte delle istituzioni di cui sopra). Negli stessi principali partiti della strana coalizione che sorregge l'esecutivo dei tecnici, è consistente la fascia dei «montiani», cioè di coloro che vorrebbero prolungare anche nella prossima legislatura la permanenza del Professore a Palazzo Chigi. Insomma, se è vero che, in Italia, nulla è più duraturo del provvisorio, il futuro prossimo del premier potrebbe costituire l'ennesima dimostrazione.

Il più preoccupato per la piega che potrebbero prendere gli eventi è il

segretario del Partito democratico. Infatti, Bersani non perde occasione per ricordare a tutti che in democrazia non esistono figli di un dio minore, che i voti si contano e non si pesano, e che lui ha le carte in regola per assumere le redini della nazione. Ma il buon Bersani deve fare i conti non

solo con i supporter di Monti che militano nel Pd, ma anche con la sfida di Renzi, cui i sondaggi darebbero una botta di adrenalina paragonabile agli effetti di un invito a cena da parte di Carla Bruni. E poi. Il fenomeno Renzi non dev’essere, soltanto, un'esibizione di toscanità irriverente, se i vertici del Pd sono corsi ai ripari preannunciando regole più restrittive per la partecipazione alle primarie.

Ovvio che Bersani non dorma la notte. Sul più bello rischia di ritrovarsi con un partito a rischio frattura, perché anche i sassi sanno che, in caso di successo renziano, il Pd si spaccherebbe in due, con buona pace di tutti i progetti unitari della vigilia. Di qui, l'attenzione maniacale riservata alla riforma elettorale, il cui testo potrebbe incidere sulle carriere di tutti gli attuali leader politici nazionali.

Anche Berlusconi si trova nella condizione di non sapere che pesci prendere.

All'inizio, quasi un anno fa, egli salutò l'avvento di Monti con le sembianze di un bambino cui avevano rubato la bicicletta regalatagli dal nonno. Oggi rischia di ritrovarsi nella condizione di appoggiare il suo successore, perché scarseggiano le alternative moderate (la più evocata, Luca Cordero di Montezemolo, sembra preferire le gioie domenicali della Ferrari alle fastidiose fatiche quotidiane della vita politica). Se poi le primarie del Pd dovessero concludersi con l'incoronazione di Renzi, le reazioni a cascata nel Pdl si rivelerebbero dirompenti quasi quanto quelle nel centrosinistra. Non solo Berlusconi sarebbe indotto a rinunciare a ogni proposito di ricandidatura alla guida del governo, ma forse sarebbe costretto a prendere in esame l'addio alla leadership del suo movimento.

Troppo evidente apparirebbe lo spread anagrafico tra lui e l'ambizioso sindaco di Firenze che, in cuor suo, il Cavaliere avrebbe preferito come erede.

Ecco perché le primarie del Pd sono destinate a incidere sulle vicende dei prossimi anni al di là di ogni ragionevole pronostico. E così il tipo di legge elettorale. Da cui dipenderà il tasso di stabilità del nuovo governo.

Monti o Renzi, Grillo o chissà chi: l'Italia è la sorvegliata speciale dell'Europa, più di quanto lo fosse venti anni fa, in piena Tangentopoli. La classe politica è tornata a denunciare e lamentare le ingerenze straniere sulle questioni interne allo Stivale. In effetti, si avverte qualche interesse di troppo. Ma, in fondo, cosa chiede il resto del mondo alla politica italiana? Chiede di sapere a quale numero di telefono dovrà chiamare se vuole interloquire con Roma. Invece. Se la classe politica italiana non trova di meglio che minare l'efficienza del sistema, impedire la chiarezza decisionale, e indebolire chiunque esca vittorioso dalle urne, sarà giocoforza inevitabile che i nostri partner internazionali, specie se creditori, vorranno infilarsi nei giochi italiani, cercando di pilotare ora una soluzione ora un'altra. È accaduto per secoli, nella storia nazionale. Potrebbe riaccadere in futuro.

In breve. Non è colpa dell'imperialismo americano, o dell'egemonismo anglo-tedesco, se Obama e la Merkel tirano la volata a Monti, e se Bill Clinton e l'inglese Miliband potranno tirare la volata a Renzi. A furia di vedere spettacoli indigesti, gli spettatori più coinvolti a un certo punto si possono mettere in testa di fare i registi.

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