Giovedì 21 Marzo 2019 | 06:20

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Le rasoiate del prof alla razza furbona

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO 

Chi lo conosce assicura che il professor Mario Monti non ha nulla da imparare dai politici-politici. Sa dosare il linguaggio. È più bravo di uno slalomista nel destreggiarsi tra numeri e appoggi parlamentari. Ma lui, il presidente del Consiglio tutto vorrebbe tranne che essere associato alla nomenklatura politica. Anzi. Più passa il tempo, più il Professore appare determinato a trasformare la sua singolarità di tecnico prestato alla politica in un capitale, in un titolo di Stato a lunga scadenza, i cui ricavi non s’in - casseranno in questa legislatura. 

Anche a Bari, il Professore ha concesso poco alla platea. Anziché promettere o annunciare, ha chiesto. Ha chiesto che il Sud cambi mentalità. Ha chiesto che le categorie professionali e imprenditoriali smettano di chiedere agevolazioni corporative, perché proprio le concessioni di un tempo hanno contribuito a dissestare i loro settori e la finanza pubblica. Ha chiesto che chi gli subentrerà al governo non ricominci a sfornare illusioni su illusioni, altrimenti, sùbito dopo, un altro governo tecnico sarà chiamato a porre rimedio ai danni delle scelte elettoralistiche. Ha chiesto che si evitino le scorciatoie delle conoscenze, cioè delle raccomandazioni, altrimenti anche gli studenti bravi, figli di famiglie benestanti, provvisti di senso etico lasceranno l’Italia con un biglietto di sola andata. 

Monti è di Varese, serra calda del leghismo bossiano prima, e maroniano poi. Ma nulla è più lontano del Monti-pensiero dal folklore lumbard o padano. Il Monti che bacchetta il Mezzogiorno fiacco e furbacchione, è il Monti che per decenni ha insegnato l’abc dell’economia, la cui prima legge si può riassumere così: nessun pasto è gratis. Infatti. Da professore, che però ha assorbito tempi, pause e battute della politica, Monti ieri ha tenuto più una lezione che un discorso di inaugurazione. A chi ha lamentato le difficoltà causate da una politica governativa meno generosa rispetto al passato, il premier non ha lasciato scampo. 

L’Italia aveva e ha una grossa responsabilità: salvare l’eurozona, cioè l’Europa. Un anno fa la prospettiva di seguire la Grecia nella tragedia finanziaria era tutt’altro che inverosimile. Ma se l’Italia non ce l’avesse fatta, sarebbe saltata l’intera costruzione monetaria, con buona pace per il potere d’acquisto delle famiglie. Oggi, avverte Monti, il peggio è passato. L’Italia è ripartita. Ma i compiti a casa non sono finiti. Il Professore, tra ironia e autoironia british, smonta il suo futuro. Stanno per arrivare le vacanze: tra poco non ci sarò più lì. Anzi, potrò venire più spesso in Puglia. Ma, nel frattempo il premier perfeziona un modello di leadership, che viaggia tra la classe politica italiana smaniosa di interrompere la parentesi dei tecnici e le classi dirigenti europee che vedono come fumo negli occhi il pericolo del ritorno ai vecchi peccati di gola (finanziaria). 

Fine di un’illusione. Fine delle illusioni. O, meglio, fine delle indulgenze. Si potrebbe riassumere così il messaggio barese di Monti, che la lasciato la città invocando un ribaltone di cultura e mentalità, ricetta che il Professore ha prescritto al Mezzogiorno, ma che, forse, andrebbe prescritta anche al profondo Nord, raggiunto da tempo da quella linea della palma nella quale il profetico Leonardo Sciascia (1921-1989) ravvisava le abitudini più sconce dell’Italia alle vongole. Ciò non significa - dice Monti - abbandonare il Mezzogiorno al suo destino, tanto meno significa mollare le politiche di sostegno. Significa soltanto cambiare registro, mettendosi in sintonia più con l’Europa che con il Mediterraneo, più con il ministro Barca assai ferrato nella legislazione europea che con i faccendieri smaniosi di fare business. Il Professore non liscia il pelo a nessuno. Anzi. 

Certo, le sue rasoiate, apparentemente, non fanno male. Ma lasciano il segno. Come testimoniano i colpi di rasoio inferti, in contemporanea - durante il faccia a faccia con le imprese in Fiera - alla classe politica che a parole cerca la leadership, ma di fatto pratica la followers hip, cioè segue l’andazzo; e alla classe imprenditoriale smaniosa di ottenere aiuti gratificanti nel breve periodo, ma deleteri nel lungo termine. Questa miopia nella gestione del denaro pubblico ha messo in forse l’avvenire delle nuove generazioni, tema così caro al premier tanto che anni fa egli suggerì la discesa dei giovani in piazza pur di svegliare i padri troppo concentrati su se stessi e poco interessati ai loro figli. Ieri Monti non ha dato risposte concrete. Ha perfino glissato sulla questione delle trivellazioni petrolifere al largo delle Tremiti, tema proposto con forza dal presidente Vendola. 

Ha tenuto invece a rivendicare, come compito di un governo, il diritto di sollecitare comportamenti individuali virtuosi e filosofie rigorose nella gestione della cosa pubblica, cioè dei soldi di tutti. Programma vasto e ambizioso, avrebbe esclamato il generale Charles De Gaulle (1890-1970). Ma il Professore è lanciato. Più tiene a rimarcare, nella stagione dell’antipolitica, il suo non essere un politico (ma solo un clinico chiamato a guarire un paziente in fin di vita), più crea le condizioni per un bis che potrebbe realizzarsi anche in una dimora diversa da Palazzo Chigi

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