Giovedì 21 Marzo 2019 | 02:27

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L’acqua dolce sempre più scarsa

di Giorgio Nebbia
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Il vero fattore limitante della vita è l’acqua dolce. Nei vari miliardi di anni della sua storia la Terra ha accumulato grandissime quantità di acqua liquida negli oceani ma, a dispetto degli esseri umani e di tutti i viventi, ha fatto sì che la maggior parte, oltre il 97 percento, dell’acqua sulla Terra, sia salina, con un contenuto di sali di circa 35 chili per ogni metro cibo di acqua, inadatta alla vita terrestre e capace di ospitare soltanto la vita di poche specie animali (alghe, pesci, eccetera) che si sono adattati a vivere in tali soluzioni saline. Per far crescere le piante terrestri e sconfiggere la sete degli animali occorre acqua con un contenuto salino inferiore a circa un solo chilo per ogni metro cubo, acqua dolce, come si dice, e di questa le riserve allo stato liquido non sono grandissime; c’è acqua dolce nei ghiacciai ma quella serve a poco, e la vita può contare soltanto sul flusso continuo di acqua dolce di tutti i fiumi della Terra, 40.000 miliardi di metri cubi all’anno. Nello stesso tempo la richiesta di acqua dolce nel mondo sta crescendo. 

BILANCIO - Si è appena chiusa a Stoccolma la “Settimana mondiale dell’acqua 2012” nel corso della quale è stato fatto ancora una volta un bilancio delle disponibilità e dei di acqua. Per sopravvivere ogni essere umano, a rigore, avrebbe bisogno soltanto di mille litri di acqua all’anno, per bere, ma in realtà occorre acqua anche preparare gli alimenti e per le necessità igieniche in una quantità che varia fra 50 e 300 metri cubi all’anno. Per farla breve ogni anno gli usi domestici e urbani dell’acqua nel mondo ammontano a circa 500 miliardi di metri cubia cui si aggiungono altri 3000 miliardi di metri cubi per l’irrigazione e le attività agricole e zootecniche che forniscono gli alimenti e altri 1000 miliardi di metri cubi all’anno per i processi industriali che forniscono acciaio, plastica, gomma, carta, eccetera. Si può quindi dire che la produzione di ogni chilo di patate o di carne, o di acciaio o plastica, richiede una certa quantità di acqua che si può considerare come “costo in acqua”, (alcuni la chiamano “impronta in acqua”) delle merci. Più merci vengono prodotte, più occorre acqua dolce; non solo, tutta l’acqua che entra nei processi di produzione di consumo esce inquinata e, anche se depurata, fa arrivare sostanze nocive nei fiumi e nel mare, per cui diminuisce anche la disponibilità di acqua pulita usabile in futuro; anzi l’uso da parte delle persone o dell’agricoltura, di acqua contenente microbi o sostanze tossiche è fonte di malattie e epidemie che uccidono ogni anno milioni di persone. Da qui l’importanza di usare e sporcare meno acqua possibile. 

Così come siamo portati a comprare i beni che costano meno euro al chilo così dovremmo preferire l’acquisto e l’uso di beni che, a parità di utilità, richiedono meno acqua, hanno un minire ”costo in acque”. Il calcolo del costo in acqua delle merci è complicato e fornisce risultati spesso discordanti e talvolta discutibili. Alcuni studiosi distinguono l’acqua ”verde”, quella piovana e di irrigazione e usata nell’allevamento del bestiame, dall’acqua “blu” che le piante traggono dall’umidità del suolo; l’acqua “grigia” è poi quella sporca che ritorna, inquinata nei fiumi e nel mare. Dell’acqua “verde” e “blu” una parte viene assorbita dalle piante da cui si ricavano il frutto o il seme o il tubero alimentare; una parte viene perduta nell’aria per evaporazione e traspirazione delle foglie; una parte finisce “d e n t ro ” il singolo alimento. A titolo di esempio, per produrre un chilo di pasta alimentare occorrono circa 1400 litri di acqua, mentre per un chilo di riso ne occorrono circa 3500 litri; per un chilo di pane circa 1300; per un chilo di zucchero 1500 litri. 

CONSUMI - Ancora minori sono i consumi di acqua per la produzione di vegetali, frutta. Legumi. Nel caso degli alimenti animali per calcolare il costo in acqua della carne bisogna tenere conto della quantità di acqua necessaria per coltivare i foraggi, di quella bevuta dall’animale da macello, di quella usata nella macellazione, di quella presente nella stessa carne, eccetera; il consumo di acqua per produrre un chilo di carne bovina (che contiene il 70 % di acqua) arriva così a 15.000 litri; per un chilo di latte (che è costituito per l’85 percento di acqua) occorrono circa 1000 litri, per un chilo di burro circa 5000 litri. Questa analisi, soprattutto se si considera il contenuto delle sostanze energetiche e delle proteine presenti in ciascun alimento conferma che una dieta ricca di carne è indesiderabile come costo monetario, ma anche come costo in acqua. Senza contare che l’aumento dei consumi mondiali di carne comporta la coltivazione a pascolo di terreni sottratti alla produzione di alimenti utilizzabili dalle popolazioni più povere; in altri termini, anche gli studi sul costo in acqua confermano che l’aumento dei consumi alimentari, soprattutto di carne, da parte dei parsi ricchi non solo fa ingrassare e ammalare i loro abitanti, non solo comporta sprechi di cibo e di acqua, ma “toglie di bocca” a gli abitanti dei parsi poveri il cibo che sarebbe indispensabile per la loro sopravvivenza.

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