Martedì 26 Marzo 2019 | 01:53

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Lo zio d'America dietro la madre di tutte le inchieste?

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C’era davvero un Grande Vecchio americano dietro le inchieste di Mani Pulite che spazzarano via la Prima Repubblica? La dietrologia - si sa - è lo sport nazionale del Belpaese, inferiore solo al calcio, forse, per numero di praticanti e tifosi. Ma, quando a riproporre sospetti mai dissolti provvedono alcuni diretti protagonisti del tempo, la domanda non può essere archiviata come una pratica ingiallita. Vediamo. L’Italia è la nazione centrale del Mediterraneo. Lo era ancora di più nei decenni passati, quando la guerra fredda tra Usa e Urss sembrava sul punto di sfociare nella guerra più calda della storia. Logico che le spie di mezzo mondo si concentrassero sul suolo della Penisola, non solo per l’incanto dei suoi monumenti, per i soggiorni a Capri e Cortina, e per la magia della Capitale. Gli accordi di Yalta (1945) avevano assegnato lo Stivale al campo occidentale, ma in Italia aveva fatto strada il partito comunista più cospicuo dell’Occidente. Fino alla caduta del Muro di Berlino (1989), l’Italia era l’«osservata speciale» d’Europa. 

Gli americani sostenevano la Dc (in parte gli alleati), sorvolando sui peccati di una classe politica cresciuta restando sempre al potere. I sovietici sostenevano, ma monitoravano, il Pci, il cui fondatore Antonio Gramsci (1891-1937) sarebbe finito fucilato in un sotterraneo della Lubianka staliniana se si fosse permesso di fare una puntata a Mosca. Tutto cambia con la caduta dell’Impero Rosso e con la vittoria, che all’epoca pareva definitiva, del gigante yankee. Non è più necessario, in Italia, e in Europa, schierarsi per uno dei due blocchi contrapposti. Le vecchie classi dirigenti perdono le automatiche protezioni fondate su atti di fede ideologica o di convenienza politica. E si ritengono più libere di due lolite in vacanza. Ma l’America è l’America: il gendarme del mondo, anche quando non ci sono nemici alle porte. Una superpotenza non può restare tale se opta per l’isolazionismo e l’indifferentismo. Eppoi la politica è tante cose, prima fra tutte la ricerca continua di nuove amicizie e la capacità di organizzare il futuro. Gli Stati Uniti, pur di non perdere alleati nella lotta contro il duellante comunista, avevano chiuso un occhio sulle malefatte dei regimi sudamericani. Avevano perdonato anche quegli spudorati narcodittatori che ingrassavano coi proventi dei traffici più turpi. Bastava che non facessero scherzi, schierandosi col Nemico. 

La situazione cambia di colpo con il crollo del Muro di Berlino. La presidenza Usa (George Bush padre) comprende che una stagione è terminata e che l’America non può più fare da scudo a leadership compromesse e imbarazzanti. Decide così di mollare i caudillos più spregiudicati del Sudamerica, le cui esportazioni di droga rischiano di uccidere la gioventù americana, e di congelare gli storici rapporti anche con le nomenklature occidentali più logorate e chiacchierate. Dove? Dove serve. Il primo giornale al mondo a ipotizzare un coinvolgimento di Giulio Andreotti (per lustri l’anello di congiunzione in Italia fra Vaticano e Casa Bianca) in indagini di mafia è proprio il New York Times. Il primo magistrato occidentale ad avere un canale privilegiato negli Usa (direttamente col presidente) si chiama Giovanni Falcone (1939-1992). Non a caso, dopo la strage di Capaci, l’America proclama una giornata di lutto nazionale e decide di affiancare con i suoi uomini gli investigatori italiani che dànno la caccia ai corleonesi. Falcone era così stimato negli Stati Uniti da non escludere che Bush senior pensasse a lui come pilastro, cioè premier, della Seconda Repubblica. Sarà Antonio Di Pietro a prendere il posto di Falcone nel cuore dell’America che conta? Bah. A giudicare dall’intervista postuma di un ambasciatore Usa si direbbe di sì: almeno per un periodo Di Pietro avrebbe avuto un rapporto preferenziale con un console americano intraprendente. Poi, sarebbe ritornata la fisiologia (cioè la politica). Ma nel frattempo, i vecchi leader Dc e socialisti erano usciti di scena sull’onda delle indagini dipietresche. E nuovi attori avevano occupato la scena, ribaltando le vecchie gerarchie di contatti con i padroni del globo. L’Italia era precipitata in un deficit di sovranità in quegli anni? Le operazioni giudiziarie erano dirette dal regista occulto d’Oltreoceano? Esisteva il disegno di sovvertire l’ordinamento democratico per sostituire la democrazia con la tecnocrazia o la togacrazia? Bah. Che l’America tifasse per un ricambio generale nel palazzi romani, appare evidente. 

Che incoraggiasse, mediaticamente, l’avvento di nuovi personaggi, appare altrettanto chiaro. Ma che avesse stabilito tutto a tavolino o che mirasse a ribaltare l’ordine democratico, è tesi obiettivamente difficile da provare. Non dimentichiamo che Mani Pulite esplode quando la tassa nascosta sulle imprese (tangentocrazia) non è più sopportabile, e che, dietro le porte dei magistrati, c’era la fila di imprenditori smaniosi di denunciare le «dazioni ambientali» a politici e alti burocrati. Ciò detto, restano ancora parecchi interrogativi su quegli anni poco formidabili, anche se la sovranità si perde quando ci si indebita con l’incoscienza di un ubriaco. E proprio in quegli anni il rapporto debito- Pil toccò quota 120%. Come oggi.

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