Martedì 26 Marzo 2019 | 00:51

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Tema: il depuratore di Manduria. Romina Power lancia l’allarme sul pericolo che le acque sversate deturpino un mare fra i più belli del mondo. Le risponde l’assessore regionale Amati in modo giudicato troppo ruvido per una bella signora. Insorge l’ex marito Albano. E questo stesso giornale invita ad andarci piano quando si rischia di offendere la bellezza della natura pugliese. Interviene infine il governatore Vendola a rivendicare la ferrea difesa di questa bellezza, ma non fare quel depuratore non significa rispettare l’ambiente bensì appunto deturparlo come lamentato. E sappiamo che sui depuratori si giocano gran parte delle stelle e delle stelline annuali che promuovono o bocciano un territorio.

Insomma i depuratori servono: l’essenziale è che depurino. Non sempre è così, visto che non basta dire che ci sono, devono pure funzionare bene. Anzi se funzionassero bene non solo eviterebbero danni ma creerebbero ricchezza, acqua per l’agricoltura ad esempio. Invece perdite strada facendo e puzze sparse non sono sempre una eccezione anche in Puglia.

Eppure il più grosso rischio non è che il depuratore si faccia, ma che non si faccia né depuratore né altro: lasciando irrisolto all’infinito un altro dei mille problemi del Sud. Il quale agonizza non di decisioni ma di non decisioni. O di decisioni rimangiate. Si cancella o riduce un ospedale ed ecco in piazza la cittadinanza tutta con sindaci in fascia tricolore alla testa. Si deve costruire una nuova strada ed ecco la rivolta degli ambientalisti del “no” a tutto a prescindere. Si deve abolire un tribunale ed ecco avvocati in marcia su Roma con altrettanta avanguardia di sindaci che le fasce tricolore non le inforcano ma le consegnano (per riprendersele sùbito dopo).

E invece mai un drappello di sindaci con fascia inchiodata al petto che rumoreggino perché una strada in costruzione rimane sempre in costruzione. Mai una cittadinanza tutta che muggisca perché un cantiere aperto rimane sempre aperto. Mai uno straccio di ambientalista che invece di difendere il filo d’erba proponga come farlo diventare un giardino. Mai che uno sciopero della fame denunci il criminoso malcostume dei ricorsi che blocca tutto per anni e fa lievitare i costi, la più grave forma di inquinamento della vita di ciascuno, altro che incontaminati paesaggi.

E’questo il Sud immobile mentre c’è da attraversare una prateria di cose da fare. L’eterno Sud furbesco che conta sul soccorso per l’emergenza continua più che sui profitti dell’emergenza risolta. Il Sud dei professionisti del vittimismo che sull’immobilismo ci campa. Il Sud, per capirci, che di fronte allo scandalo (che subisce) della Salerno-Reggio Calabria non completata in cinquant’anni non insorge ma asseconda il disegno di chi pensa che finché continua così ci sono soldi e lavoro e voti, e non pensa a quanto lavoro darebbe se finalmente funzionasse. Il Sud del quale il Sud dovrebbe liberarsi non continuare a farsi crescere addosso.

Ed ecco qui le famose classi dirigenti. Delle quali non c’è cittadinanza che non si lamenti, come se non fossero sua espressione. Ma classi dirigenti che non possono sbrigarsela paventando il consenso che perderebbero se invece di assecondare i propri elettori tentassero di farli ragionare: altrimenti che classi dirigenti sarebbero? Basterebbero, senza offesa, dei notai più diligenti che dirigenti.

Se un depuratore serve, del depuratore si discute, sul depuratore si tratta, col depuratore ci si confronta. Ma il depuratore, vivaddio, infine si fa spiegando al popolo che se la fogna continua a finire nella terra si mangiano cicorie e zucchine non proprio illibate. Senza dire del paradosso che altrove i medesimi sindaci in fascia tricolore si agitano perché il depuratore lo vogliono perché lo vuole la cittadinanza. Insomma un signor sindaco o chi per lui in sintonia con la pancia della gente non col cervello. Così si continua a prendere voti sia pure concessi col naso turato ma si continua a far rimanere Sud il Sud.

Serve invece al Sud chi cominci a metterci la faccia. Serve chi cominci a tirare fuori non la fascia tricolore da inforcare o da brandire ma il muso duro per far capire ai propri che, più che soldi, servono opere di bene: a cominciare dai depuratori, se necessario. E poi strade non come mulattiere, e treni non come tradotte, e banche non come usuraie. E serve il muso duro per far capire ai governi distratti e faziosi che, senza il motore del Sud, l’Italia continuerà ad andare a tre cilindri. Troppo comodo sparare sulla signora Merkel causa di tutti i mali, come se prima andasse da dio.

La storia truffaldina e la politica rapace verso il Sud sono nei fatti, non c’è storico negazionista né pregiudizio che tenga. Così come sono nei fatti collezioni di leggi a danno del Sud. Ma poi non meno occorre un Sud depurato: anche da se stesso.

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