Mercoledì 20 Marzo 2019 | 14:02

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La stagione degli insulti aspettando il voto che verrà

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO
Sosteneva il grande Ennio Flaiano (1910-1972) che la parola serve a nascondere il pensiero e il pensiero serve a nascondere la verità. Da qualche mese infuria, in Italia, una battaglia di parole, cioè di contumelie, che se, paradossalmente, fosse combattuta con sincerità di intenti dai vari antagonisti, porrebbe seri interrogativi sul futuro politico- culturale, non solo economico, dello Stivale. Sarà colpa della televisione, sarà colpa di Internet che calamita come il ferro il linguaggio più trash, scurrile e spietato, sta di fatto che mai come adesso ci si affronta in u n’arena di insulti degni di una suburra metropolitana. 

Sono tornati prepotentemente in auge epiteti che sembravano destinati all’oblio. Il più gettonato rimane «fascista». Ma anche «piduista» e «stalinista» si difendono bene.Quando latita la lista degli argomenti da utilizzare in un dibattito, scatta immediatamente la tentazione di saccheggiare il frasario degli anni Settanta, quando non esistevano avversari, ma soltanto nemici da demonizzare e condannare senza attenuanti. Non sei d’accordo con me? Sei un fascista. Proponi riforme che non condivido? Sei un piduista. Non mi dai tregua? Sei uno stalinista. 

Non mancano le varianti lessicali, per lo più concentrate su difetti fisici e battute da caserma. Ma le prime tre continuano a regolare le lancette della politica italiana. Che in Italia la filosofia liberale, pur avendo realizzato il Risorgimento e il miracolo economico del secondo dopoguerra, non abbia mai oltrepassato il recinto delle minoranze, non lo testimonia soltanto una politica economica (ora corporativa ora statalistica) refrattaria alle riforme. Lo testimonia soprattutto il livello di intolleranza delle aggressioni verbali che si susseguono sulle piazze mediatiche, cioè negli studi televisivi. Il che può pure servire a fare audience, ma di sicuro impedisce di affrontare e spiegare i temi in discussione. 

Si dà del «fascista» a chi non la pensa come noi, anche se il bersaglio dei nostri strali fino a ieri era un nostro alleato. Si dà del «piduista» a qualche rivale, anche se quest’ultimo non ha mai conosciuto il maestro venerabile Licio Gelli, né ha mai avuto rapporti con massonerie deviate. Si dà dello «stalinista» a qualche dissidente, anche se l’accusato non ha mai sofferto di nostalgia per Baffone e per i suoi epigoni. L’importante è marchiare il diverso, etichettarlo senza scampo, delegittimarlo come interlocutore. Di questo passo, non faremo molta strada anche se lo spread sui rendimenti dei titoli di Stato dovesse abbassarsi fino a quote pianeggianti. 

Non osiamo immaginare come sarà la prossima campagna elettorale, soprattutto se gli anatemi contro gli avversari non si discosteranno dal greve repertorio degli ultimi mesi. Forse dovremo prepararci a un tele-rissa continua, con spettacoli vietati ai minori, ma mandati in onda anche nelle fasce di massimo ascolto, così tanto per non farsi mancare nulla e per formare (si fa per dire) gli adulti di domani. I più costruttivisti stanno di sicuro pensando a qualche Garante in grado di richiamare all’ordine i contendenti, ma di solito i Garanti, in Italia, a tutto servono tranne che ad assolvere i compiti loro affidati. Fino a pochi mesi fa, lo scontro verteva sulla figura di Silvio Berlusconi, la cui «anomalìa» aveva avviato e, in parte, forgiato il bipolarismo italiano. Ogni votazione non era un appuntamento per scegliere una coalizione di governo e un programma politico-economico, ma un referendum sul Cavaliere, uno che ha spaccato l’Italia molto di più di quanto abbiano fatto Coppi e Bartali, Mazzola e Rivera, la Lollobrigida e la Loren. 

Archiviata la fase berlusconiana, ormai declinante anche se Re Silvio dovesse puntare alla resurrezione (politica), il resto delle forze politiche non ha ancora trovato un «ubi consistam» e soprattutto gli alleati certi con cui percorrere un cammino di qualche anno. In più sulla scena politica si affacciano nuovi attori (in senso letterale) accreditati di sondaggi da orgasmo, e nuovi sfidanti tutt’altro che condizionati da complessi di inferiorità nei confronti di maestri e leader storici. Risultato: una lotta di tutti contro tutti per guadagnare un titolo sui giornali e una comparsata in tv. 

Logico che in questo scenario da corrida, faccia la sua figura un outsider come Monti che, pur guidando un governo forse al di sotto delle attese, è provvisto di un aplomb sconosciuto ad altri pezzi da novanta del Potere. Il Potere, per essere rispettato e per conservare credibilità, deve presentarsi con un stile quasi ieratico. Guai a scadere nel linguaggio volgare e ammiccante. Ne va del suo prestigio e del suo avvenire. Anche per questo motivo l’Italia avrebbe bisogno di una moratoria non solo in campo fiscale, ma anche sul terreno verbale. Purtroppo, i pronostici vanno in tutt’altra direzione, con la costituzione di nuove tifoserie che adoperano la parola per nascondere il pensiero e il pensiero per nascondere la verità.

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