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Le tante notti bianche che non vedo l'ora di perdermi

di Oscar Iarussi
di OSCAR IARUSSI 

C’è la Notte della Taranta a Melpignano. E sempre oggi c’è la Notte degli Ipogei a Canosa di Puglia, «nei Luoghi della Storia dove il Mito diventa Spettacolo» (maiuscole non nostre). Ma anche la Notte bianca del cinema a Mola di Bari. Domani c’è la Notte della Cultura nel castello di Monopoli e il 28 agosto u n’altra Notte culturale a Lecce (devono essere contagiose). È appena stata archiviata la Notte in rosa di Conversano, riservata ai bambini (ma non dormono?), allietata da Erica Mou («No, non dormono»). E s’annuncia la Notte dei claustri, i cortili di Altamura, il primo settembre. 

Non c’è città o paesino che voglia o possa rinunciare alla «sua» Notte, che un tempo - recitava il Tex Willer della nostra (eterna) adolescenza - era fatta «per dormire o per amare». Adesso invece è concepita per l’evento (in italiano, happening), per il tappeto rosso (in italiano, red carpet), per la fiera (in italiano, kermesse), per l’incontro fra culture diverse (in italiano, métissage), dove recarsi eventualmente condividendo la macchina con gli amici (in italiano, car pooling). 

Sì, sciacquano i panni in Arno i comunicati stampa assessoriali o associativi, moltiplicando le occasioni di apprendimento e talora di apprensione. Di giorno? Si dorme. Parliamo soprattutto dei giovani, cui nessuno ha ancora fatto il torto di offrire opportunità di lavoro degne di tal nome. Di sera, si sceglie l’abbigliamento (look), magari rubacchiando qualche capo dagli armadi di mamma e papà (vintage), si beve un bicchiere (drink) e via verso una delle tante Notti che allietano l’estate, in Puglia come e più che altrove. 

«Non vedo l’ora di perdermele», avrebbe chiosato Flaiano. È la cultura delle cicale, con l’inevitabile monotonia del canto, per gli eredi del «popolo di formiche». La festa elevata a sistema. Ovvero l’eterno panem et circenses che non contraddice e anzi ribadisce il nostro orizzonte segnato dalla confusione crescente tra esistenziale e spettacolare tipico della realtà spettacolosa (in italiano, reality show). Un paradigma gradito agli enti pubblici, per i quali la Notte, il festival, l’«evento», l’epifania dei poteri e sottopoteri sul palco è finalmente legittimata all’orgasmo del consenso in apparenza impolitico, quindi prezioso per i politici in crisi di credibilità. Per non parlare della stima dell’«indotto» dei festival in termini di presenze alberghiere e di pranzi nei ristoranti, biasimata da Caliandro e Sacco in Italia Reloaded (il Mulino ed.). Il calcolo – spesso opinabile – viene utilizzato per giustificare le scelte della politica nell’utilizzo dei fondi pubblici, in particolare quelli europei. Oltretutto col risultato di confermare l’esistente, il prevedibile, l’oleografia, il folklore, la maniera, la cartolina, sebbene talvolta «alternativa», la stanca ripetizione in sedicesimo di un nicolinismo irripetibile (Renato Nicolini, comunista, architetto, è morto di recente; fu a fine anni ‘70 il geniale inventore delle notti romane). 

Lungi da noi qualsiasi moralismo, per carità, e che ciascuno si goda la Notte che vuole. Poco fa, grazie a un assessore regionale, è tornato sugli scudi Il ballo del qua qua di Al Bano e Romina, che a noi piacciono entrambi. Suggeriremmo di non negare un’eco a Ma la notte no di Renzo Arbore: «Ogni giorno è una lotta / chi sta sopra e chi sotta / (Ma la notte no!) /... Ti distrugge lo stress / e dimentichi il sess / (Ma la notte no!)». 
Per non essere troppo perentori, diremmo: «La notte? Preferirei di no». È il celebre I would prefer not to di Bartleby, lo scrivano, il protagonista del racconto di Herman Melville (1853) che stasera Sergio Rubini mette in scena al festival «Castel dei mondi» a Castel del Monte. Un’altra occasione per chi proprio non riesce a stare con noi sul balcone o per strada a contemplare il buio. Perché, sapete, c’è anche la notte notte (in italiano, night).

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