Giovedì 21 Marzo 2019 | 06:56

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Quel veleno sottile da spazzar via dal Sud

di Lino Patruno
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Se uno fa il ladro e tu lo devi condannare, gli puoi dare tot anni di carcere ma non puoi dire: ti taglio la mano così non lo fai più. La prima è debita giustizia, il secondo è indebito moralismo. Insomma si punisce il reato, non l’intenzione eventuale di ripeterlo. Così l’Ilva di Taranto: il giudice può dire che hai inquinato e ti sanziono, non può dire ti chiudo così non lo fai più (anche se, in fondo, piacerebbe a tanti, se non ci fosse il piccolo particolare che chiudere significherebbe perdere il lavoro ). Ma il giudice è stato tirato per i capelli. Non si può arrivare a far decidere a lui (in questo caso a lei) perché prima tutti hanno fatto più o meno finta. E farlo decidere senza che una colpa sia ancòra stabilita da una sentenza. Sotto accusa l’acciaieria, la quale ora è difesa dai più non ignorando la morte che è accusata di aver disseminato, ma perché più della morte conta la vita di salari che assicura a mezza città. Ricatto inaudito: l’incredibile trappola fra vita oggi e morte domani. 

Con l’operaio che lascia casa ogni giorno ed è come se dicesse: vado lì per mantenere la mia famiglia, ma la mia famiglia sappia che vado a sacrificarmi per lei, più ci vado più potrò ammalarmi. Cosa faremmo noi? Ma su tutto questo occorre una condanna definitiva e finora ci sono state solo molte perizie contrastanti e non una verità (anche se sono paurose certe intercettazioni telefoniche sui presunti tentativi dell’azienda non solo di non risanare ma di corrompere i periti con dati falsi sui veleni emessi). 

Il giudice è stato però tirato per i capelli perché politici, amministratori, sindacati e soprattutto l’Ilva non hanno fatto tutto il necessario perché si evitasse di dover scegliere fra 1.200 euro al mese oggi o evitare un tumore domani. Se ne accorgono solo quando la decisione del giudice spezza, sia pure a modo suo, l’ipocrisia e l’indifferenza generali. Perciò sarebbe bene che la politica nazionale svegliata controvoglia in un accidioso agosto tacesse per decenza. 

E vediamo piuttosto che succede con i ministri oggi a Taranto, ministri che almeno non hanno precedenti da farsi perdonare (anche se fra il Clini dell’Ambiente e il Balduzzi della Salute non si capisce ancòra la linea). E però, sotto sotto, il veleno che serpeggia è un altro, e nemmeno una novità nell’«antiquato e pittoresco» Paese che fa trasecolare gli stranieri. Il veleno è l’anti-industrialismo, l’ostilità all’industria come mostro da combattere e da immolare sull’altare di un’era bucolica in cui vivere con l’albero degli zecchini di Pinocchio. Anzi liberata dall’ossessione del denaro e dalla schiavitù del lavoro. E liberata da tutto ciò che calpesta il filo d’erba, ultimo lascito di un perduto paradiso terrestre da riesumare. 

È dovuto intervenire il presidente Vendola a fare piazza pulita di questo «fraintendimento da affrontare di petto», l’idea che nel destino del Sud ci sia l’uscita dall’industria da sostituire con chissà che, come in un bricolage o in un gioco di società. Vendola, a mettere ordine mentale in una sinistra approdata all’ambientalismo dopo tanti altri passati percorsi fuori dalla realtà. Una sinistra in cui la Fiom (metalmeccanici Cgil) si disvela disertando dimostrazioni contro la chiusura dell’Ilva e contro la giudice Todisco. Non evitando però ne anch’essa di essere contestata come venduta ai padroni da quelli del «tre ruote» che hanno sparato lacrimogeni contro Camusso- Bonanni-Angeletti giorni fa. Antagonisti di tutto, a prescindere. In una sinistra in cui c’è sempre uno più puro e duro che ti epura. Ma se anche l’Ilva che erutta fuoco e fumo si può e deve addomesticare e non spazzare via, è bene che il Sud non si fermi qui. E che si interroghi se il suo giusto rapporto sentimentale con l’ambiente sia proprio incompatibile con l’intelligenza più che col settarismo e col preconcetto. Qualsiasi Paese al mondo considererebbe una ricchezza il petrolio nel suo sottosuolo o nel suo mare ancorché molto molto al largo. Non lo ha considerato un demonio neanche il Brasile del presidente ex sindacalista e mezzo guerrigliero Lula: anche per questo il Brasile è ora una nuova potenza. 

E invece dire petrolio oggi è come bestemmiare. In un Paese che pur ha respinto il nucleare. E in una regione come la Puglia che potrebbe almeno parlarne senza sporcarsi le mani vantando tutti i primati italiani nelle energie pulite. Forse servono meno catene umane che dicono no e meno catene mentali per capire quando si può dire sì. Magari in una battaglia comune con la Basilicata affinché di questa eventuale ricchezza non rimangano solo le briciole al territorio. Il Sud non deve liberarsi delle sue Ilva ma farle diventare un bene più che un male. Allo stesso modo in cui esso stesso si batte per essere considerato una risorsa e non una palla al piede del Paese. Essenziale è che le prime palle al piede il Sud non se le metta da sé.

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