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Il fantasma cinese sulla riva di Taranto

di Giuseppe De Tomaso
di Giuseppe De Tomaso 

Fu l'acciaio, insieme con il carbone, a unire l'Europa. Infatti fu la Ceca (Comunità europea del carbone e dell'acciaio) a precorrere il Trattato di Roma (1957) che istituì la Cee (Comunità economica europea) che a sua volta nel 1992 prese il nome di Unione europea (Ue). La Ceca aveva l'obiettivo di mettere in comune le due materie prime (carbone e acciaio) dei sei Stati fondatori (Belgio, Francia, Germania Ovest, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi). Obiettivo reso necessario dalla constatazione che all'origine di molte guerre europee vi era stata una motivazione, per così dire, carbo-siderurgica. Basti pensare ai giacimenti ai confini tra Germania e Francia, che avevano scatenato più appetiti e conflitti di mille corse all'oro. Controllare carbone e acciaio ha significato, per secoli, dotarsi di armi ed eserciti più potenti, ha significato cioè dominare la politica e anche l'economia.

L'Italia non poteva competere, negli anni Cinquanta, con Francia e Germania, in campo carbo-siderurgico. Ma Alcide De Gasperi (1881-1954), che aveva la vista lunga, sposò senza incertezze il nuovo corso su acciaio e carbone, pensando giustamente che la pace sulle due materie prime avrebbe giovato allo sviluppo economico dello Stivale. Andò così. Anzi, nel giro di qualche lustro, l'Italia si dotò anch'essa di una ragguardevole produzione siderurgica, fino al punto da renderla appetibile ed eccitante di fronte al resto del mondo.

Fino al 1951 (data del Trattato di Parigi che istituì la Ceca), l'acciaio fu il simbolo della guerra. Dopo il 1951 sarà il simbolo della pace e dell'Europa unita. E oggi? Per fortuna oggi il mondo, almeno nel Vecchio Continente, corre meno pericoli (bellici) di ieri. Ma, la contesa per il controllo dell'acciaio è tutt'altro che terminata. Solo che adesso si combatte con altri mezzi.

Anche se la rivoluzione tecnologica e post-industriale ha lanciato altri protagonisti nel mercato globale, l'acciaio rimane ancora un elemento essenziale per la produzione di beni e servizi. Tutte le grandi nazioni del pianeta dispongono di imponenti fabbriche siderurgiche. La Cina, da sola, assicura il 40 per cento della produzione mondiale di acciaio. L'Italia si trova all'undicesimo posto nella classifica internazionale. Ma subito dopo i mega-colossi aziendali cinesi viene l'Ilva, il più grande stabilimento siderurgico d'Europa.

In una situazione normale l'Europa sarebbe già intervenuta, da anni, per bonificare l'area tarantina e spingere l'Ilva a produrre secondo criteri eco-compatibili. Ma siccome lo spirito originario della Ceca si è perso per strada, e siccome la Germania, pur non ospitando sul suo territorio un gigante come l'Ilva, occupa comunque il settimo posto nell'hit parade globale della siderurgia, si può ben immaginare e comprendere perché la sfida per il primato nell'acciaio avvenga senza solidarietà comunitaria e senza esclusioni di colpi, sulla falsariga degli scontri per il controllo del mercato petrolifero.

Ecco. È questo lo scenario in cui si sta giocando la partita di Taranto. Da un lato l'Italia che spera di salvare uno dei suoi storici simboli industriali, decine di migliaia di posti di lavoro, e i numerosi impianti che utilizzano le produzioni Ilva. Dall'altro una concorrenza estera scatenata, che spera di ricavare una fortuna iper-galattica dall'eventuale uscita di scena della fabbrica posseduta dai Riva. I cinesi non fanno mistero di voler incrementare la produzione d'acciaio che, dicono gli esperti, è qualitativamente inferiore a quanto esce dallo stabilimento sullo Jonio. Ora. Se l'Ilva dovesse chiudere i battenti, i cinesi avrebbero fatto bingo, avvicinandosi a raggiungere quella posizione monopolistica, che rincorrono senza particolari ossequi al galateo anche in altri settori.

Solo un’anima candida può pensare che i pezzi da novanta della concorrenza siderurgica asiatica ed europea stiano villeggiando in qualche paradiso turistico ignorando quello che sta accadendo a Taranto. La verità, o il pericolo, è che in questi giorni si potrebbe definire un nuovo penalizzante (per noi) assetto mondiale dell’acciaio, con gravi conseguenze a cascata sull'industria (non soltanto) manifatturiera, a cominciare dal listino prezzi delle auto per finire a tutte quelle imprese e settori produttivi in vario modo legati alla materia siderurgica. Un elenco infinito. Una prospettiva da incubo in Italia.

L’altro giorno, il ministro Clini ha parlato senza peli sulla lingua del rischio chiusura a Taranto. «Mi pare già di vedere alla finestra i tanti concorrenti europei, per non parlare dei cinesi, che ne trarrebbero di sicuro un grande vantaggio». Non sappiamo se il ministro esternasse pensieri cattivi, ma fondati, o se certe ipotesi meriterebbero di essere archiviate nella discarica della fantaeconomia (ma quando gli interessi sul terreno non si contano la fantaeconomia è più illuminante e realistica della luna piena). Sta di fatto che nulla autorizza a escludere che i cinesi sarebbero disposti a pagare qualsiasi prezzo pur di rendere inoffensiva l'Ilva nei loro confronti. Azzardiamo. Pur di togliersi davanti un competitore efficace e temibile, i cinesi forse sarebbero disposti persino a pagare i Riva. Indurli a gettare la spugna, ma con la lusinga di guadagnarci anche con lo stabilimento chiuso: diabolico, no?

Fantasie? Chissà. Ma quando la posta in gioco sale a livelli stratosferici, tutto può essere o accadere. Una ragione in più per spingere la politica, in Italia e in Europa, a rimediare alle distrazioni e disattenzioni del passato, per non lasciare solo alla magistratura il boccino della politica industriale made in Italia ed Europa.

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