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di Onofrio Pagone
di ONOFRIO PAGONE 

Non è un’operazione edificante scorrere i titoli delle agenzie di stampa sui commenti politici al provvedimento del governo relativo al riassetto del sistema giudiziario. Lo diciamo a beneficio dei lettori che, nonostante la diffusione di tablet e smartphone dotati di collegamenti internet permanenti, non utilizzano di norma le fonti primarie di informazione ma i siti di post- produzione. Quei commenti non sono edificanti perché - sia da destra sia da sinistra - rispondono a una logica campanilistica o, al più, economicistica. 
Per capirci: i leghisti, ma anche esponenti illustri del Pdl o del Pd, accusano il governo di aver «salvato» i tribunali meridionali a dispetto di quelli del Nord, lasciando intendere che dover fronteggiare la criminalità organizzata è addirittura una fortuna e un beneficio per i meridionali. Quando la reazione politica non trascende queste spinte localistiche, arriva invece a esaltare il provvedimento proposto dal ministro Severino perché finalmente taglia sprechi della pubblica amministrazione. Il primo limite, invece, della revisione della geografia giudiziaria è proprio questo: nasce sulla spinta della «spending review», deriva da una necessità di cassa piuttosto che da un disegno organico di riforma della giustizia e della sua amministrazione. 

Il provvedimento approvato ieri dal Consiglio dei ministri stabilisce che i tribunali soppressi siano 31 anziché i 37 previsti, perché sono stati «salvati» quelli nelle zone ad alta intensità di criminalità organizzata. Ovviamente queste sedi giudiziarie «graziate» insistono in Sicilia e Calabria, ma anche nel Lazio: a Cassino, per l’esattezza, cui sarà accorpata la sezione distaccata di Gaeta. Finora Cassino balzava agli onori delle cronache per il verde della collina e la pace cistercense, non certo per la densità mafiosa del territorio, ma evidentemente ha venduto bene la sua immagine. 

Certo, in quest’ottica, ci saremmo aspettati la grazia anche per il tribunale di Lucera, annidato a ridosso di quel territorio minacciato dalla gramigna criminosa che genera tutt’intorno con radici cerignolane. Ma evidentemente da quelle parti la criminalità organizzata è solo immagine e non è insidiosa e radicata come nel frusinate. 
Di questo provvedimento pesa peraltro l’ottica penalistica dell’amministrazione della giustizia. È ritenuta fondamentale la presenza fisica delle istituzioni dello Stato per ciò che attiene i reati mafiosi, mentre passa in second’ordine il contenzioso civile, che è quello su cui il cittadino-utente più misura l’efficienza del sistema. 
Il governo ha infatti confermato la soppressione di tutte le 220 sedi distaccate di tribunali e di 667 uffici di giudici di pace. Un bene? Di primo acchito verrebbe da sollevare qualche eccezione; la motivazione addotta dal ministro Severino induce a qualche riflessione ulteriore. Il ministro ha dichiarato che si è proceduto alla soppressione di tutte le sezioni distaccate (nonostante le pressioni perché se ne salvasse almeno qualcuna) in forza dell’esperienza sin qui fatta: essa dimostra - dice il ministro - che si tratta di «un modello organizzativo precario ed inefficiente sotto il profilo della produttività e della carenza di specializzazione, con un impiego di risorse spropositato». Tradotto: le sedi distaccate dei tribunali costano troppo e funzionano male. 

Sacrosante, le parole del ministro. Ciò che il ministro non dice, però, è il motivo per cui questi uffici periferici dell’amministrazione giudiziaria sono una zavorra. Per esempio non dice che, istituite le sedi distaccate dei tribunali, non si è proceduto all’adeguamento degli organici amministrativi e tantomeno dei giudici, tutti normalmente di passaggio. In poco più di vent’anni dal decentramento, le disfunzioni per la macchina della giustizia sono perciò inevitabilmente aumentate. Frattanto il contenzioso non si è ridotto e i tempi della giustizia si sono paradossalmente allungati: in assenza del giudice il rinvio è inevitabile, a meno che la sentenza (come spessissimo è purtroppo successo finora) non venga affidata alla discrezione del «Got» (giudice onorario di tribuale), in genere un avvocato esperto, del posto. Insomma, una «giurisdizione domestica». 

Già nel ‘98, quando fu chiamato a esprimere il proprio parere formale sulla istituzione delle sedi distaccate dei tribunali, il Consiglio superiore della magistratura (cioé l’organo di autogoverno dei giudici) sollecitò un taglio delle sedi previste: da 427 a 174. Le istanze localistiche della politica ne fecero lievitare il numero. Adesso si torna indietro, ma la domanda resta la stessa: al taglio degli sprechi corrisponderà il miglioramento dei servizi? Anche questo il ministro non dice. E invece noi cittadini-utenti aspettiamo risposte il più circostanziate possibile, perché la chiusura dei «piccoli» tribunali comporterà disagi ulteriori in quelli «grandi » da decongestionare. Questo provvedimento pone un problema di spazi e di ricollocamento di quel che resta degli organici previsti nelle distaccate: un problema strutturale per quanto attiene l’edilizia giudiziaria e una emergenza funzionale per gli organici. La domanda di giustizia, di questo passo, rischia di rimanere comunque inascoltata.

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