Martedì 26 Marzo 2019 | 01:23

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Giochi senza frontiere nei piani del professore

di Giuseppe De Tomaso
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Previsione. Forse si voterà con un nuovo sistema elettorale, o forse con le attuali regole del gioco, di sicuro Mario Monti non rimarrà disoccupato. Politicamente, s’intende. Il Professore, nonostante si sia affacciato sul proscenio delle istituzioni solo alla vigilia dei 70 anni, ha sciorinato una serie di mosse degne di un veterano del Palazzo. Tanto che la qualifica di super-tecnico, cucitagli addosso da politici e giornalisti, appare più inadeguata e limitativa di un titolo accademico per un Nobel.

Certo. Il presidente Napolitano e i capi di governo europei gli hanno dato più di una mano, ma il premier - che pure ha sulla coscienza uno spettacolare e pericoloso rialzo della pressione fiscale - ha dimostrato un’insospettabile perizia tattica, tanto che oggi l’intera nomenklatura è alle prese con il seguente interrogativo: cosa farà Monti dopo il voto del 2013?

Con una mossa spiazzante come il balzo del cavallo sulla scacchiera, il Professore ha annunciato che il suo mandato di risanatore nazionale si esaurirà nella prossima primavera, alla scadenza dell’attuale legislatura, e che non ci saranno tempi supplementari alla guida del governo.

Ottimo proposito. Non c’è nulla di peggio per le ambizioni di un uomo, specie in politica, che scoprire le carte di una strategia. Un minuto dopo, la coalizione degli interessi contrari farebbe saltare in aria anche il piano più meticoloso. Di conseguenza, meglio negare qualsiasi sogno di gloria fino all’evidenza.

Il premier italiano, tra l’altro, non ha bisogno di consiglieri ad hoc per nuotare nel mare procelloso della politica. Gli bastano gli insegnamenti dei gesuiti, alla cui scuola si è formato prima di approdare alla Bocconi. Suaviter in modo, fortiter in re (con dolcezza nel modo, con forza nella sostanza) era ed è la regola di condotta della Compagnia di Gesù, che il nostro primo ministro ha fatto sua con automatica naturalezza.

Esprimersi in modo dolce serve a rassicurare gli interlocutori interni del Belpaese: dai sindacati agli industriali, dai partiti alleati ai leader avversari. L’Italia, si sa, è una nazione refrattaria alle manovre choc. Del resto anche la nazionale azzurra predilige il gioco di rimessa, tipico di una squadra femmina (Gianni Brera), rispetto al gioco di attacco tipico di una squadra maschia.

Esprimersi con forza nella sostanza - vedi la reprimenda anti-sindacale di ieri - serve invece a tranquillizzare gli interlocutori esterni del Belpaese: dalla Germania agli eurocrati di Bruxelles, dai mercati internazionali al Fondo Monetario. Non a caso i principali estimatori del Professore si contano oltre frontiera.

Il Professore è consapevole di tutto ciò. Sa che la partita per il governo, nel 2013, non si giocherà solo in cabina elettorale. Sa che potranno recitare un ruolo decisivo un paio di variabili indipendenti: l’elezione del capo dello Stato all’indomani del voto per il Parlamento; l’attenzione dell’Europa e della Germania nei confronti degli impegni anti-crisi dei governanti italiani.

Napolitano, leggendo tra le righe le preoccupazioni delle cancellerie europee, ha messo le mani avanti: anche il prossimo esecutivo dovrà proseguire il lavoro di Monti. Un invito, al senso del rigore, rivolto senza particolari giri di parole a tutte le forze politiche e sociali. Già. Ma i partiti sono più refrattari dei tecnici ad agitare la scure sulla spesa pubblica, dietro cui spesso si nascondono inconfessabili rendite elettorali e clientelari. Ergo, gli alleati europei faranno i diavoli a quattro perchè Monti non torni ai suoi incarichi universitari e perché, o da Palazzo Chigi o dal Quirinale, egli possa continuare a mettere la firma sotto tutti i programmi di contenimento del debito pubblico.

Su molti giornali circola con insistenza la voce che il Professore si appresterebbe a benedire una lista Monti da presentare alle prossime politiche. Mah. Fossimo al posto di Monti scarteremmo l’idea come si cestina una lettera senza destinatario. Il patrimonio politico di uno come Monti è inversamente proporzionale alla sua (eventuale) consistenza elettorale. Carlo Azeglio Ciampi, per citare un’altra celebre «riserva» tecnica della Repubblica, non ha avuto bisogno di sottoporsi al giudizio elettorale né tanto meno di varare una lista col suo imprinting, per conquistare i traguardi più prestigiosi per un uomo pubblico: il ministero del Tesoro, la presidenza del Consiglio, la presidenza della Repubblica.

In breve. Quasi certamente Monti seguiterà a fare il Monti: limitarsi a governare, escludendo ogni retropensiero di natura politica. Anche perché tutto sembra congiurare in direzione del suo bis ai vertici della nazione: dal perdurare della crisi economica ai timori dei governi stranieri, dalla conflittualità politica romana alle trappole reciproche tra i leader dei partiti. Per finire alla riforma elettorale che, qualora dovesse entrare in vigore, non potrebbe che introdurre elementi di proporzionalità. E quando arriva la proporzionale è difficile stabilire chi ha vinto le elezioni: tutti si dichiarano vittoriosi. La condizione ideale per il prosieguo dell’esperienza Monti.

Nel frattempo Super-Mario liscia il pelo al suo predecessore (Berlusconi), sottoposto lo scorso anno a un assedio «umiliante» da parte dell’Europa, ma sotto sotto sembra mandare questo messaggio allusivo alla Merkel e soci: «Vi conviene sostenermi, altrimenti dopo di me potrebbe ritornare il Cavaliere».

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