Domenica 24 Marzo 2019 | 11:39

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Questione ambientale, nè piazza, nè Procura

di Domenico Palmiotti
di DOMENICO PALMIOTTI

Inutile girarci intorno: le dimissioni di Nicola Riva, figlio del patron Emilio, dalla presidenza e dal consiglio di amministrazione dell'Ilva hanno del clamoroso e aumentano il senso di preoccupazione ed incertezza che ormai da molte settimane aleggia sul futuro dell'acciaieria di Taranto. Clamoroso non tanto per l'arrivo al vertice dell'Ilva dell'ex prefetto di Milano Bruno Ferrante - colui che nel 2006, dopo aver vinto le primarie contro Dario Fo, sfidò, perdendo, Letizia Moratti nella corsa a sindaco di Milano -, quanto perchè è la prima volta che un membro della famiglia Riva molla la tolda di comando di un'azienda del gruppo. E nel gruppo l'Ilva è sicuramente la più importante. Il posto di presidente che Nicola Riva lascia all'ex prefetto di origini salentine è infatti quello che l'ingegner Emilio, classe 1926, solide radici lombarde, ha tenuto sino a maggio 2010. 

Ma l’llva acquistata dall’Iri a maggio 1995 - quando lacciaio di Stato, sommerso dalle perdite, fu privatizzato - è soprattutto l’azienda che ha consentito al gruppo Riva, che Emilio fondò col fratello Adriano negli anni ’50, di diventare uno dei big mondiali della siderurgia. Indiscutibile, quindi, il rilievo industriale che l’Ilva ha dato ai Riva. Non un’acquisizione da niente, insomma, tant’è che Emilio ne ha tenuto la presidenza per quindici anni. Inoltre, non sono molti i colossi che hanno una presenza così forte e dominante della famiglia proprietaria alla guida delle aziende e Riva è tra questi. 

E dimissioni di Nicola a parte, oggi è ancora così se consideriamo che il capostipite Emilio presiede il gruppo, il figlio Fabio è il suo vice, e che altri figli e nipoti sono nelle altre aziende e nello stesso siderurgico di Taranto. Ecco perchè l’uscita di Nicola Riva fa notizia. Si potrebbe pensare ad un disimpegno dei Riva dall’Ilva? Non crediamo o almeno per ora non ci sono segnali del genere. Oltretutto, chi vuol vendere un’azienda - ammesso che ci siano compratori in questo momento, non tanto per l’Ilva in se quanto per un mercato che resta ai minimi termini - la vende e basta. Tratta con l’acquirente lontano dai riflettori, incassa e lascia il posto a chi subentra, non certo pensa a cambiare il vertice. Quello, semmai, è affare del nuovo che arriva. No, l’uscita di Nicola Riva dall’Ilva, che segue le recentissime dimissioni da direttore dello stabilimento di Taranto di Luigi Capogrosso, sembrano avere un’altrla spiegazione. Quella di un’azienda che si prepara, anche sul piano della difesa giudiziaria, ad affrontare l’offensiva della Procura che in tanti a Taranto danno non solo per certa quanto per imminente. Sono pesanti le accuse che la Magistratura ha lanciato ai vertici dell’Ilva con l’indagine sull’inquinamento. 

Ed è pesante il contenuto delle due perizie con le quali la Procura vuole inchiodare l’Ilva. Così come inequivocabile è quel passaggio scritto dagli esperti nominati dai giudici, i quali attribuiscono proprio all’inquinamento del siderurgico la causa di malattie e morti. Perizie che l’Ilva ha contestato, così come ha contestato, opponendosi, la revisione dell’Autorizzazione integrata ambientale da parte del ministro Clini e l’ordinanza del sindaco di Taranto, Stefáno, ma questo certo non blocca l’azione giudiziaria. E lo scenario che molti prevedono da qui a poco tempo per Taranto è quello di un’Ilva con gli impianti sotto sequestro, probabilmente a partire dai parchi minerali, e migliaia di lavoratori a spasso. Perchè se la Magistratura adotterà la linea dura, altrettanto dura sará l’Ilva facendo diventare Taranto ancor più un caso nazionale. E proprio perchè tutto lascia supporre che si vada incontro ad un periodo gravido di tensioni, non è affatto buona l’aria che spira sulla città e non solo per i veleni dell’inquinamento.

D’altra parte le avvisaglie ci sono state. Dopo i cortei promossi negli anni passati dagli ambientalisti, con migliaia di cittadini nelle strade a rivendicare aria pulita, quest’anno per la prima volta abbiamo visto sfilare i dipendenti del siderurgico. Operai, tecnici, ingegneri. Tutti insieme. Tutti accomunati da una stessa paura: perdere il posto di lavoro. Si è pure detto che dietro l’ultimo, imponente corteo - cosa che a Taranto non si vedeva da un pezzo - c’era una qualche «regia» dell’azienda. Può darsi, ma sarebbe parziale liquidare così un movimento che ha dato voce ad un legittimo e fondato sentimento di preoccupazione. Non c’erano le organizzazioni sindacali dietro l’ultima manifestazione, ma c’erano comunque migliaia di persone. Volti, vite, storie. Prova di forza? Sfiducia ai sindacati che non sono riusciti a fare altrettanto? Potremmo discutere a lungo. La veritá è che se il baratro si avvicina, è naturale che si inneschino reazioni di questo tipo. E ora? La Magistratura ha sicuramente il merito di aver acceso con le sue inchieste i fari sull’Ilva, così come gli ambientalisti quello di aver creato attorno ai temi della salute e dell’inquinamento un’attenzione ed una sensibilità che prima non c’erano. Non a caso le ultime comunali hanno visto anche un candidato sindaco, il verde Bonelli, a capo di una coalizione che si proponeva di governare Palazzo di Città. 

Ma il problema ambientale, che c’è ed è grave, anche se qualche passo avanti è stato fatto, non lo può governare e risolvere nè la Magistratura, nè la protesta di piazza, nè la demagogia. Siamo in un momento così complicato che di tutto abbiamo bisogno fuorchè di nuovi conflitti, di colpi di scena e di drammatizzazioni. Se la salute è un bene da tutelare, lo è anche il lavoro e qui parliamo di migliaia di posti. Bisogna quindi recuperare responsabilitá e agire concreto da parte di tutti, partendo dalle cose più fattibili e sapendo che c’è un «Tavolo Taranto» insediato dal Governo dal quale ci si aspetta, com’è giusto che sia, qualche segnale in più. Prima che in quel baratro finisca la città.

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