Domenica 24 Marzo 2019 | 06:12

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La lezione del professore a chi fa finta di nulla

di Giuseppe De Tomaso
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È rinata una stella nel firmamento politico nazionale. Fino all’altro ieri erano in pochi a scommettere sulla resurrezione del presidente del Consiglio, così come erano in pochissimi a giurare sulle qualità realizzative di Balotelli, l’altro super-Mario di questi giorni. Ma le vie del calcio e della politica sono infinite. Oggi nessuno mette più in discussione il centravanti degli azzurri e il premier degli italiani. Fattore Mario, volendo aggiungere al duo che si rivedrà stasera, nella partitissima di Kiev, anche Mario Draghi, presidente della Bce, che qualche lancio vincente sicuramente l’ha fatto nella finalissima salva-euro. Può essere. Sta di fatto che la conclusione del vertice di Bruxelles è destinata a produrre effetti inattesi anche sul versante politico capitolino. Monti si è rafforzato assai. Il partito delle elezioni anticipate si è indebolito, anzi è praticamente svanito. Non solo. 

Il successo di Bruxelles ha galvanizzato il Professore fino al punto di indurlo a prospettare misure di risanamento finanziario, che in altre circostanze avrebbero scatenato il putiferio. Oddio, non è detto che la storia non si ripeta anche stavolta. Ma il vincolo esterno che ha sempre soccorso il Belpaese nei momenti cruciali del Dopoguerra, dovrebbe fare la sua parte, non foss’altro perché nell’intesa conclusiva sottoscritta a malincuore dalla Cancelliera, si leggono le richieste del governo italiano. Presto per dire se il compromesso storico dell'altro ieri spianerà la strada del Quirinale all’attuale presidente del Consiglio. Di sicuro, almeno per adesso, renderà meno rovente dell'anticiclone Caronte l'estate sui mercati finanziari. Il che era l'obiettivo principale del Professore. Il resto, si vedrà. 

Ora. Il momento pre-elettorale non aiuta. Ma il Professore ha il dovere, più di quanto abbia detto finora, di richiamare l'intera classe politica al senso di responsabilità. I cori, gli slogan volgari contro la Merkel si possono comprendere solo in una logica da stadio (siamo alle solite: gli italiani, secondo il detto churchilliano, vanno allo stadio come se andassero in guerra e vanno in guerra come se andassero allo stadio). Ma la rotta finanziaria condivisa in Europa, sia pure accompagnata dal paracadute anti-spread, non deve farci sprofondare nei soliti vizi da Malpaese: incoscienza gestionale, voglia matta di scaricare sulla fiscalità generale, cioè sulle tasche dei cittadini, tutti i capricci di una Casta vogliosa di spendere come uno sceicco alla vigilia delle nozze. L'Italia, ma il monito vale per tutti i suoi partner europei, è all’ultima spiaggia. Pensare di poter continuare a scaricare ancora sugli altri le colpe e il peso di scelte scellerate è da incoscienti matricolati. Pensare di continuare a rinviare riforme più indispensabili del pane è da inguaribili magliari. La stessa Europa deve guardarsi dall’euforia di una via d’uscita imposta alla Germania. Che sarà quella che è, un Paese smanioso di dettare legge anche al di fuori delle sue frontiere, ma che di certo è l'unico Stato europeo con i conti in ordine, perché le sue riforme stanno per festeggiare il loro primo decennio di vita.

L 'Europa potrà pure sperare, andreottianamente parlando, che alla fine tutto s’aggiusta. Ma non può ignorare che, mai come adesso, il suo destino dipende da molti fattori, primo fra tutti l’exploit di nazioni come la Cina, l’India, il Brasile, la Russia. Battere la concorrenza di queste economie emergenti richiede sforzi di buongoverno e di cura finanziaria tuttora sottovalutati nel Vecchio Continente, a cominciare dall’Italia. Si può anche ritenere, in nome di uno scudo culturale anti -tedesco, che la linea sostenuta dalla Merkel, giovava assai poco all'Europa e alla stessa Germania. A condizione però di non scambiare le critiche all'assolutismo finanziario tedesco come l'ennesimo via libera alla strategia del debito, autentico macigno sulla testa delle future generazioni. Se così fosse addio risanamento, addio ripresa del Pil, addio rilancio dell'occupazione. 

L'Europa e, soprattutto, l’Italia avrebbero sancito la fine del loro benessere. Insistiamo. Si può pure preferire una via più soft al superamento della crisi, si può pure contrastare la volontà tedesca di germanizzare l'Europa. Ma non si può assolutamente dimenticare che, nella competizione globale, ogni ostacolo alla crescita economica - e i lacci e laccioli euro-italiani non si contano - costituisce un regalo ai nuovi protagonisti della scena globale, oltre che, si capisce, un autogol clamoroso dell’altezzosa e viziata Europa. Forte del suo successo a Bruxelles, il presidente Monti è atteso alla prova più difficile, che avrebbe forse dovuto affrontare con più determinazione nelle prime settimane a Palazzo Chigi: spiegare alla classe politica, innanzitutto sul piano culturale, che per l'Italia economica, a differenza dell'Italia calcistica, non ci saranno più i tempi supplementari. E nemmeno i rigori.

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