Giovedì 21 Marzo 2019 | 07:01

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Ma un giorno vedremo la tv senza accenderla

di Oscar Iarussi
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«Guarderemo la televisione: ma ci dimenticheremo di accenderla». È uno dei folgoranti motti di spirito cui ci ha abituati Alessandro Bergonzoni, di scena l’altra sera nello stadio di Bologna e in diretta Raiuno nel concerto in favore dei terremotati emiliani. 


Paradossale, ma non è detto che non possa essere questo l’esito del nostro rapporto con la «cattiva maestra televisione» di cui scrisse il filosofo Karl Popper. Una sorta di ritorno al futuro (cioè un tuffo nel passato), una contemplazione di quei magnifici oggetti di modernariato che furono, dalla metà degli anni ‘50 in avanti, i televisori degli italiani. Ricordate? Erano «cassettoni» di notevoli proporzioni e venivano issati su dei palchetti quasi «sacri», altari del consumismo in erba che celebrava il suo rito ogni sera nel leggendario Carosello. 

Il «televisore» - appunto al maschile, austero, quasi accigliato eppure indulgente - veniva sovente ricoperto da una stola profana per evitare che la polvere potesse intaccare quel presagio di futuro entrato in casa. Non mancavano, lassù, accessori in foggia di gatti o cani dagli occhi luminescenti, fonti alternative di energia che stemperasse il flusso del tubo catodico. «Fissare il piccolo schermo a lungo fa male» - ammonivano nonne e mamme timorose che l’oretta serale potesse nuocere alla vista e alla coscienza: nulla a confronto di quanto vedono i ragazzi di oggi.

La Tv - ché con le Kessler si palesò femmina - era un elettrodomestico o poco più, come ribadì con ironia il sommo Eduardo De Filippo rispondendo alla telefonata di un’impiegata della Rai: «Buongiorno, qui è la televisione che parla». E lui: «Un attimo che le passo il frigorifero». E un altro grande artista, il coreano-americano Nam June Paik per decenni ha utilizzato televisori «vuoti» o a immagine fissa come «cornice» delle sue installazioni video.

Certo, nell’«elettrodomestico» è passata o addirittura si è decisa la nostra storia, la politica, l’antropologia culturale di un popolo che nell’ultimo ventennio a più riprese ha concesso fiducia a un produttore televisivo quale Berlusconi. Intanto gli apparecchi cambiavano e divenivano sempre meno «profondi» (una metafora?), superpiatti (un’altra metafora?), levigati, spigolosi invece che panciuti, giganteschi nella moltiplicazione dei pollici che peggiora la definizione elettronica, ma simula il formato cinematografico. Per non parlare del sopraggiungere delle reti a pagamento (in italiano, Pay Tv), dei film e dello sport in abbonamento. 

Poi, ecco l’alta definizione (in italiano, HD - High Definition) e infine, nelle scorse settimane, il «digitale terrestre» con il vago sentore di una visione primordiale che ogni tanto tentenna (altro che antenna), si scompone in rettangolini geometrici, «ritaglia» porzioni di un volto o del campo di calcio e lo ferma nel tempo. È un attimo, pare un’eternità. «Problemi tecnici», come suol dirsi delle cose che non capiamo, e sarebbe da interrogarsi sull’equazione tra «tecnico» e «magico» che in fondo non è estranea neppure al governo Monti. Problemi che si risolveranno. 

Nel mentre capita di imbattersi in strada, vicino a un cassonetto o sull’orlo di un pratone urbano, negli ultimi «apparecchi» di un tempo. Perché c’è chi ha preferito non «rottamarli» per ignoranza dei minimi vantaggi residuali o per nostalgia: meglio abbandonarli, confidando magari che siano adottati da qualcuno capace di rigenerarli con un «decoder» (altra metafora, l’ultima: vedere è decodificare!).

È un inconsapevole «riguardo» - sublime parola italiana che significa guardare due volte e rispettare - per i compagni di una vita lì nel salotto o nella cucina, quasi sempre accesi, come s’addice a un oggetto che nel corso del tempo è diventato «naturale» ben più che «culturale». Una nuova generazione di Tv, con «decoder» incorporato, ha soppiantato il passato, costretto soprattutto gli anziani a liberarsi delle vestigia catodiche. 

Eppure tutti sappiamo che si tratta solo di un passaggio verso orizzonti indecifrabili: vedremo tutto sui tablet, sugli i-Pad, su display piccolissimi? O forse un microchip inserito nel cervello sarà sintonizzato naturaliter sulle reti dell’universo mondo in perenne diretta (in italiano, live). Nel caso, una domanda preventiva: come si spegne? Tuttavia non è da escludersi l’ipotesi alternativa: i vecchi televisori oggi abbandonati risorgeranno a nuova vita: ritrovati e ripuliti, verranno esposti nei musei e negli appartamenti delle élites. Spenti. Più che feticci di ieri, totem di un mondo che finalmente ricomincerà a immaginare.


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