Mercoledì 27 Marzo 2019 | 04:23

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Tassare e vietare, la rincorsa infinita

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO

Due cose in Italia si moltiplicano come conigli: le tasse e i divieti. Tasse e divieti costituiscono la sostanziale vera politica economica dei governi. C’è un buco finanziario da coprire? Via con le addizionali fiscali. C’è uno scandalo da fronteggiare? Via con il varo di nuovi divieti. La benzina non è solo un derivato dal petrolio, è anche o soprattutto il bancomat in servizio permanente effettivo per qualsiasi evenienza: dall’improvviso errore nei conti pubblici alla necessità di trovare risorse per le catastrofi naturali. Niente e nessuno riesce a placare la libidine impositiva, nemmeno la constatazione che l’elevato prezzo del carburante, in Italia, non ha eguali in Europa. Il prelievo alla pompa scatta più veloce del miglior Valentino Rossi. Anche la voglia matta di vietare è più scattante di una moto da corsa. 

Il mondo del calcio finisce sotto processo per le scommesse? Meglio fermare le partite per due o tre anni. Sorprende che l’autore delle due proposte - la prima (il rialzo della benzina per il terremoto in Emilia) è già in vigore, la seconda (lo stop ai campionati di calcio) rimane ancora un’aspirazione - sia il numero uno del governo, che per storia personale e accademica tutto può essere definito tranne che un impenitente dirigista. Eppure anche il professor Monti sembra precipitato nella trappola in cui cadono molti governanti e amministratori una volta entrati nella stanza dei bottoni: quella di reperire quattrini attraverso il fiscalismo, e di guadagnare popolarità attraverso il proibizionismo. 

Intendiamoci. Nessuno vuole sottrarsi ai doveri di solidarietà nei confronti delle popolazioni emiliane colpite dal sisma. Ma lo Stato non può limitarsi a traghettare i soldi dell’intera comunità nazionale verso i centri colpiti dal disastro. Ha anche il dovere di reperire le somme nei capitoli più controversi del bilancio, quelli che hanno portato il ministro Piero Giarda a quantificare in 100 miliardi di euro la somma suscettibile di essere tagliata senza creare particolari traumi alla nazione. Di questo passo qualsiasi imprevisto verrà caricato sui portafogli dei cittadini, col risultato che la tassa di scopo sulla benzina per la ricostruzione in Emilia seguirà la stessa sorte della tassa per la guerra in Abissinia: rimarrà in eterno. 

Ma fino a quando i contribuenti accetteranno di pagare sempre di più, sia per l’amministrazione ordinaria sia per gli interventi straordinari? Pure la tentazione di vietare le gare di calcio, per arginare l’ondata di scandali che periodicamente investe lo sport più amato dagli italiani, non è figlia di un’idea felice e condivisibile. 
Se l’avvio di ogni inchiesta giudiziaria fosse una ragione valida per congelare l’attività di un settore, l’Italia si fermerebbe un minuto dopo. Verrebbe sospesa la politica, perché le indagini che coinvolgono la classe dirigente sono più numerose delle amanti di Dominique Strauss-Khan. Verrebbe sospesa la produzione di auto, perché gli incidenti stradali provocano più morti dei talebani in Afghanistan. Verrebbe fermata l’erogazione del credito, perché dietro alcune attività finanziarie non si avverte sempre il profumo di bucato. Verrebbe bloccato il lavoro degli studi professionali, perché non tutti i titolari sono animati dallo spirito di San Francesco. Potremmo continuare all’infinito, per tutti i mestieri e per tutti i settori produttivi. 

La verità è che, di divieto in divieto, un sistema s’ingessa. Altro che crescita o sviluppo. Purtroppo la corruzione è nata con l’uomo e non sarà certo una medicina legislativa o una declamazione mediatica a sradicarla definitivamente. Anzi, spesso le norme di contrasto del malaffare producono un beffardo effetto doping: più corruzione e meno trasparenza. La prima soluzione è saper legiferare, cioè conoscere per deliberare, come raccomandava Luigi Einaudi (1874-1961). La seconda soluzione è affidarsi agli organi investigativi e giurisdizionali i cui compiti sono, rispettivamente, scoprire i reati e applicare le leggi. Trovare e punire i colpevoli: non è u n’anomalìa, semmai costituisce la fisiologia nell’eterno conflitto tra il bene e il male. Perché allora pensare di farsi del male, in piena sindrome Tafazzi, proibendo alla maggioranza (onesta) di giocatori e tifosi di continuare a divertirsi attraverso la caccia a una palla dispettosa e malandrina? Perché, per restare nella scia dell’autolesionismo tafazziano, continuare ad abusare della pazienza dei contribuenti portando benzina e gasolio a prezzi da infarto? 

L’impressione generale è che la classe politica - sia nella versione parlamentare sia nella versione extraparlamentare - non abbia ancora afferrato il senso di malessere, di insoddisfazione e di rabbia che sta pervadendo l’italiano medio, sempre più impoverito rispetto al suo omologo di qualche anno addietro. Tasse e divieti, divieti e tasse. La scuola del comando ha indicato, nei secoli, in «panem et circenses » gli strumenti infallibili nella produzione del consenso. E ora che il «pane» rischia di non essere così sicuro come un tempo, anche i «giochi» rischiano di saltare, perché proibiti dal Principe. Meglio cambiare musica, presidente Monti.

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