Martedì 26 Marzo 2019 | 23:54

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Se Saviano prende il posto di Berlusconi nel bar Italia

di Oscar Iarussi
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Roberto Saviano sta prendendo il posto di Silvio Berlusconi? Per un ventennio il Cavaliere e le sue avventure/disavventure economiche, politiche, calcistiche ed erotiche hanno costituito l’«ordine del discorso» della società italiana, ovvero il suo disordine, il chiacchiericcio caotico ed innocuo condiviso dai fan e dai detrattori. Tutti accomunati nel destino di essere spettatori vocianti, rissosi, impotenti davanti alla Tv nell’indefesso e sterminato Bar Italia, che intanto precipitava nella Grande Crisi. Pubblico, non cittadini: è ciò che siamo, da tempo ormai. Berlusconi non è più a Palazzo Chigi da un po’, sebbene non è detto che non ritorni da quelle parti.

D’altronde - tipico paradosso italiano - il «caimano» di cui molti festeggiarono la fine nelle piazze cantando Bella ciao, ha contribuito a far nascere e appoggia tuttora il governo in carica. Dunque, qualcuno potrebbe sussurrare ai campioni dell’antiberlusconismo televisivo che oggi il presidente del Consiglio si chiama Mario Monti? Andrebbe detto con cautela, s’intende, magari porgendo loro un bicchiere d’acqua a temperatura ambiente. Così, per non ghiacciare d’un colpo i bollenti spiriti di quanti non sono certo riusciti a far cadere Berlusconi a botte di denunce catodiche e che in compenso, sotto sotto, quasi lo rimpiangono. 

Saviano non è tra costoro, ma alcuni dei suoi ospiti e comprimari sì. Parliamo del trittico di serate di Quello che (non) ho, il programma condotto per La7 dall’autore di Gomorra insieme con Fabio Fazio, sulla scorta della felice esperienza di Vieni via con me. «Fazio e Saviano, la Tv sobria va in Paradiso» fu il titolo su queste colonne nell’autunno del 2010, quando intravedemmo nella formula «teatrale» di quel programma di Raitre e nel successo ottenuto (dieci milioni di spettatori) un cambio di stagione tout court politico, nel segno della «sobrietà» che sarebbe diventata la cifra del governo Monti, un anno dopo. 

Ma se allora Fazio e Saviano, come Benigni e il «prof» Vecchioni a Sanremo 2011, furono i rabdomanti della fine dell’«antropologia berlusconiana», stavolta diremmo giusto il contrario. In Quello che (non) ho il clima generale dello show pare attardarsi nel biasimo di un’epoca tramontata. Tutto appare improvvisamente ingiallito, a cominciare dalla scelta semplicistica di individuare singoli vocaboli come chiavi dell’universo. E non raccontano granché di nuovo i personaggi invitati, nonostante l’innegabile valore di ciascuno (personalmente abbiamo assai apprezzato Avati e Rea, Travaglio e Lerner). Vetusta è la modalità narrativa con le pause rituali e le grattatine in testa di Saviano che fanno tanto... «ceto medio riflessivo». 

Idem dicasi per i vip e gli autori inquadrati in platea dalle telecamere: tra i primi Zagrebelsky e il sindaco torinese Fassino; Serra e Piccolo come secondi a bordo ring. Persino le sulfuree battute della Littizzetto sembrano incanutite, giacché anche Ruini «Eminem» non è più da un pezzo ai vertici della Cei. Mentre è sintomatico che alla brava comica sia stato riservato il lemma «donna» con un monologo intessuto di confronti fra mutandoni delle nonne, tanga e slip brasiliani, poi sfociato nel j’accuse contro gli uomini che ammazzano le donne. Molto «politicamente corretto», poco fantasioso: perché non attribuirle piuttosto la parola «uomo»? Qualcuno ci opporrà i numeri dell’audience, gli stessi numeri che premiano la De Filippi; tipico criterio berlusconiano parimenti in auge a sinistra: «Piaccio, quindi ho ragione». 

La prima puntata di Quello che (non) ho lunedì sera è stata «da record», almeno rispetto agli ascolti usuali di La7: oltre 3 milioni di spettatori, con uno share del 12,66 %. Un botto per la rete - attualmente in vendita - sempre schiacciata dai giganti Rai e Mediaset. Certo, gli ascolti sono stati propiziati dal clamore domenicale della visita «a sorpresa» di Saviano al Salone del Libro di Torino, da pagine e pagine di anticipazioni stampa, dalla occasionale uscita in edicola del libro più dvd con i monologhi di Vieni via con me, da una discreta campagna pubblicitaria che non esclude i social network. 

Tuttavia non vogliamo affatto sminuire la capacità attrattiva di Fazio né tanto meno la qualità prima di Saviano: calamitare l’attenzione verso di sé, qualunque cosa faccia o dica, anche nulla. Come lui stesso ironizza, se fa una passeggiata a Villa Borghese è già un evento, causa le drammatiche circostanze di cui è vittima da anni (la camorra lo minaccia di morte per il libro-denuncia Gomorra). Saviano fa testo: lui, ben più dei suoi testi letterari. Attaccato in privato da migliaia di scrittori invidiosi e in pubblico da minoranze di kamikaze (fra cui quelli del «Foglio» di Ferrara), viene difeso e acclamato da schiere adoranti di adepti che decretano il trionfo di qualsivoglia apparizione-«epifania» del Nostro. Partito dai reportage militanti contro il crimine nelle periferie napoletane, è approdato allo star system. 

Che gli piaccia o meno, che lo sappia o meno, egli è una delle icone pop nella Disneyland quotidiana che avvolge tutto e tutti, un campione del marketing conteso dagli editori e dai produttori cine-tv, un ragazzo meridionale di trentatrè anni immalinconito dal ruolo oracolare toccatogli in sorte. Se parla, l’Italia ne parla (noi inclusi, scusate). Proprio come Berlusconi, di cui rischia di prendere il posto nel cicaleccio tricolore. Dopo la «dolce vita» dell’Allegro Silvio, la «vita agra» di Roberto il Tenebroso. «Quello che ho - ha concluso Saviano lunedì sera - è un programma televisivo». Appunto.

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