Mercoledì 27 Marzo 2019 | 03:11

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Contrasti e malumori ma il governo non molla

di Giuseppe Giacovazzo
di GIUSEPPE GIACOVAZZO
Una settimana fa si sperava in un chiarimento della situazione politica. Il voto amministrativo è sempre politico, anche se limitato a un quinto del paese. Era in gioco la posizione del governo su temi cruciali, dal lavoro alle tasse. Tra doglie e riserve doveva essere una verifica sulla tenuta delle alleanze, la crisi della Lega, le prospettive del Terzo polo. Era in fermento il fronte della cosiddetta antipolitica.

Oggi si può dire che poco o nulla è stato chiarito, anzi si è complicato tutto, più di prima. I partiti che reggono il governo si dividono in chi rischia il crollo (Pdl) e chi non riesce a cantar vittoria (Pd).

La Lega non si raccapezza. Il Terzo polo ammaina le bandiere. L’antipolitica – la vera sorpresa – si tramuta in politica. Per la prima volta – altra sorpresa – un leader dice la verità sul voto. Angelino Alfano ammette la sconfitta del Pdl e si consola: “Ma non è stata una catastrofe”. Peggio la consolazione della batosta. Ma dura un lampo. Ronza il cellulare, è Berlusconi da Mosca dove sta pazziando con Putin: “Non dovevi dire che abbiamo perso, non è da leader”. Ma quando mai si è creduto un leader, povero Angelino. È solo un portavoce. E la voce ce l’ha, parla a getto continuo, a raffica. I maestri di eloquenza sanno che le pause sono più importanti delle parole. Ma lui è parlatore da tv, dove se ti concedi una pausa, l’altro subito s'infila e t'accoppa. E lui soffre di horror vacui.

Nella Lega si è salvato il sindaco Tosi di Verona, nemico di Bossi che un mesetto fa gli dava del fascista e di peggio. Piange di rabbia perché ha perso anche al suo paese, Cassano Magnago. E anche a Serego, sacro regno del parlamento padano, dove vince un sindaco grillino. Beppe fa teatro, i suoi fanno politica. Lui accusato di antipolitica, loro fanno politica sul serio. Lui attacca tutti, loro vanno per strada a cercare gente, a ragionare dei problemi delle città. Fanno esattamente ciò che i partiti non fanno più, chiusi nelle burocrazie, accecati dalle carriere. Cinque Stelle non sarà un’alternativa, non ha un progetto politico, vive di protesta, alla giornata. Ma dove stanno i grandi progetti politici? Chi li ha visti? Al Sud il grillismo non attacca. Ma cosa attacca al Sud? Quale politica, oltre il familismo e la clientela? Il Nord non ha più leadership dopo il crollo della Lega e del berlusconismo. Ma quale classe politica alternativa ha partorito il Sud nell’eclissi della seconda repubblica?

In questo vuoto c'è chi azzarda parole a vanvera: stacchiamo la spina a Monti e andiamo a votare in ottobre! Il Cavaliere ondeggia. Prima sognava un nuovo partito con grandi idee. Dopo la scoppola ha partorito il topolino: “Facciamo la federazione dei moderati”. Con chi? Ovviamente con Casini. Ma l’ex pupillo di Forlani replica: “I moderati sono una categoria dell’Ottocento, un cumulo di macerie”. Anzi sono un ricorrente equivoco, diceva Sturzo. E moderatamente moderando hanno sempre assecondato violenza e sopruso nella storia italica a onore e gloria della reazione.

A urne chiuse, improvvisamente il premier Monti alza la voce e accusa i governi precedenti, responsabili delle “conseguenze umane” in cui hanno portato l’economia (sottinteso il cono d’ombra dei suicidi a catena). Eppure basterebbe una onesta analisi della sconfitta elettorale per capire che essa è figlia di una politica dissennata che ha gettato nella disperazione tanta gente.

Non si vedono nuovi equilibri all’orizzonte. Il decantato bipolarismo, idolo e mito della seconda repubblica, è ormai un pallone sgonfiato. Il polo berlusconiano svanito come nebbia al sole. Il Terzo polo doveva diventare l’ago della bilancia secondo la strategia dei “due forni”, ma Casini l’ha liquidato all’alba senza esequie. Stessa fine per la osannata riforma elettorale in senso proporzionale, anch’essa funzionale alla vecchia marachella andreottiana. Ci aveva creduto anche D’Alema per disinnescare l’alternativa di sinistra che gli fa venire l’orticaria.

Non sappiamo ancora valutare, oltre la rivendicazione anarchica, il rigurgito di terrorismo che ha funestato la domenica elettorale a Genova con l’attentato al manager dell’Ansaldo. Una cosa pare certa: quella è la vera dura antipolitica di sempre, non l’impegno dei giovani Cinque Stelle che possono essere una forza antitetica all’eversione, oggi che i partiti non sembrano in grado di contrastare il terrorismo come seppero negli anni di piombo insieme a un sindacato allora più forte e più combattivo.

Giuseppe Giacovazzo

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