Martedì 26 Marzo 2019 | 01:29

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Super-sfida planetaria per Europa e America

di Giorgio Nebbia
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Nei giorni scorsi la Royal Society di Londra, la massima autorità scientifica del Regno Unito, fondata nel 1660, ha pubblicato un documento intitolato “People and the planet”, cioè “Popolazione e risorse planetarie” (lo si può leggere in Internet). Ci sono dei momenti della storia in cui le comunità umane si interrogano con particolare vivacità sul futuro; questo avvenne negli anni sessanta quando cominciarono ad apparire i fenomeni di inquinamento e di scarsità di risorse e si ripresenta oggi.

 Nel frattempo la popolazione mondiale è raddoppiata, i consumi di alimenti, energia e minerali sono quadruplicati e si sono fatti ancora più gravi gli inquinamenti e i problemi di smaltimento dei rifiuti. Interrogarsi sul futuro non è un futile esercizio, ma fornisce (potrebbe fornire) indicazioni politiche. La politica economica di ciascun paese dipende, infatti, dalle persone che abitano lo stesso paese ma anche l’intero mondo, e dai consumi di beni materiali dello stesso paese e dell’intero mondo. Il nuovo rapporto riassume i principali problemi attuali e futuri. I 7 miliardi di persone che abitano oggi la Terra diventeranno, anche nel caso di minore crescita, 9 miliardi nei prossimi trenta o quarant’anni.

sottosviluppoMiliardi di persone, che mezzo secolo fa erano ancora allo stato coloniale o di sottosviluppo, pensate all’India, alla Cina, al sud-est asiatico, sono diventati produttori e consumatori di merci, energia e servizi; alcuni con una intensità inaspettata. La Royal Society, su sollecitazione del Parlamento britannico, ha interrogato molti studiosi sulle tendenze di crescita della popolazione, dei consumi e dello stato dell’ambiente, e dalle risposte ricevute il documento trae alcune raccomandazioni: Come prima cosa è necessario far uscire dall’attuale stato di miseria oltre un miliardo di persone povere e poverissime del mondo, che oggi dispongono di beni e servizi equivalenti ad un valore di un euro al giorno, 300 euro all’anno. 

Per far ciò occorre diffondere istruzione, sviluppo economico, servizi igienici e sanitari. Nello stesso tempo i paesi più industrializzati e sviluppati devono (dovrebbero), per assicurare un minimo di beni essenziali ai più poveri, stabilizzare e poi diminuire il consumo di beni materiali attraverso miglioramenti tecnico-scientifici, delle tecniche di produzione e della qualità dei consumi, attraverso una migliore utilizzazione delle risorse naturali, diminuzione dei rifiuti, ricorso a merci e energie rinnovabili. 

Ma lo studio della Royal Society sostiene che anche tali innovazioni avrebbero scarso o nessun effetto se la popolazione mondiale continua a crescere con la velocità attuale. Popolazione, consumi, risorse e ambiente sono infatti strettamente legati. 

biologoBarry Commoner, un biologo americano che andava di moda quarant’anni fa e che è poi stato quasi dimenticato, nel libro “Il cerchio da chiudere” spiegava che l’impatto umano sull’ambiente planetario dipende dal numero degli abitanti, dalla quantità di merci e servizi consumati da ciascuna persona e dalla “qualità ambientale” di ciascuna merce e servizio. Se aumenta la popolazione, se aumentano i consumi di merci e il carattere inquinante di ciascuna merce, inevitabilmente il pianeta va incontro a scarsità di materie prime e ad un peggioramento della vita, a conflitti.

 Il maggiore aumento della popolazione mondiale si ha nei paesi poveri, perché nei paesi ricchi la popolazione già oggi cresce poco, o non cresce, o addirittura diminuisce. Il problema della limitazione delle nascite ha ovviamente aspetti etici come il diritto alla vita, ma nasconde anche delle contraddizioni economiche e sociali. I progressi scientifici, igienici e sanitari stanno allungando la vita media nei paesi più progrediti e ciò avverrà anche in quelli poveri, a mano a mano che le stesse pratiche sanitarie si diffonderanno anche fra loro. 

Meno bambini e più anziani significa, entro pochi decenni, una diminuzione della popolazione in età produttiva di fronte ad un aumento degli anziani che non producono e anzi consumano ricchezza. In un periodo di transizione nei paesi oggi poveri ci sarà una elevata percentuale di abitanti in età lavorativa che potranno avere occupazione e benessere se verranno investiti soldi in tali paesi per creare fabbriche e per migliorare la loro agricoltura e se verranno con coraggio aperte le porte alla loro immigrazione nei paesi oggi ricchi. 

Giganteschi problemi con cui dovranno fare i conti i governanti, soprattutto nei paesi industrializzati, nei prossimi decenni, decidendo le politiche migratorie, “pianificando” (il rapporto dice proprio così) la quantità e la qualità dei consumi e la crescita delle città, orientando la ricerca scientifica verso produzioni che richiedano meno risorse naturali, soprattutto stabilendo nuovi rapporti meno egoistici fra loro e con i paesi oggi poveri. Riusciranno l’Europa e l’America ad affrontare una simile sfida planetaria ?

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