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1° Maggio a Bari, novant'anni fa l'assalto fascista

di Vito Antonio Leuzzi
di VITO ANTONIO LEUZZI

Per la ricorrenza del 1° Maggio, festa del lavoro, non si dovrebber dimenticare un altro 1° Maggio di novant’anni fa, che vide la resistenza dei lavoratori e del popolo barese opposta al fascismo e alla violenza della reazione. Una imprescindibile esigenza di unità spinse le maggiori organizzazioni sindacali e politiche pugliesi nella primavera del 1922 a costituire l’«Al - leanza del lavoro» per cercare di fermare l’avanzata del fascismo ed arrestare una ondata violenza senza precedenti in tutta la regione. In precedenza il fascismo e la reazione pugliese nel settembre del 1921, dopo le elezioni del maggio che si svolsero in un forte clima di intimidazioni e di scontri durissimi soprattutto in Capitanata e in Terra di Bari, riuscirono a portare a segno un duro colpo al movimento operaio e socialista con il brutale assassinio dell’avvocato socialista originario di Coversano, Giuseppe Di Vagno, eletto deputato pochi mesi prima, assieme a Di Vittorio. 

L’iniziativa socialista della resistenza passiva consigliata da Filippo Turati sortì deboli effetti con contrasti sempre più evidenti tra socialisti e comunisti. L’aggressività del fascismo, sostenuta dalla borghesia agraria e dall’inerzia della forza pubblica, dilagò in tutta la regione. A Cerignola il 24 gennaio 1922 venne assalito da parte degli squadristi locali un pacifico corteo funebre che provocò un morto e numerosi feriti; mentre due giorni dopo venne distrutta la Camera del Lavoro di Minervino (roccaforte proletaria di tutta l’Alta Murgia) con il lancio di bombe a mano. 

Nonostante le iniziative di resistenza che in tutta la Puglia furono numerose e la costituzione degli «Arditi del popolo» (chiamate anche «guardie rosse»), per iniziativa soprattutto di sindacalististi rivoluzionari ed anarchici - a Taranto, a San Nicandro Garganico e Stornara, Francavilla Fontana, Latiano, Manduria, Gioia del Colle e Corato -, la reazione fascista continuò imperterrita a mietere vittime e a colpire con maggiore forza. La nascita dell’«Alleanza del lavoro» scaturì da questa grave situazione e dalla difesa delle organizzazioni popolari non solo delle Camere del lavoro, ma anche delle cooperative socialiste e cattoliche e delle sedi di partito. Furono prese di mira dagli squadristi anche sezioni del Partito popolare di don Sturzo, tra cui Ugento e San Donaci in Terra d’Otranto, dove il parroco fu minacciato e persino costretto a lasciare il paese.

 A Bari l’«Alleanza del lavoro» raccolse le adesioni dei repubblicani (guidati da Piero Delfino Pesce direttore del settimanale «Humanitas»), di socialisti, comunisti, anarchici e legionari fiumani (tra i quali un giovane tenente Vincenzo Pinto, noto esponente del Pci nel secondo dopoguerra). Essa organizzò nel capoluogo pugliese una grande manifestazione il 1° Maggio del 1922, guidata da Giuseppe Di Vittorio, che sin dall’anno precedente si era trasferito nel capoluogo pugliese con tutta la famiglia, trovando accoglienza nella sede della CGL (Confederazione generale del lavoro). 
Di Vittorio sostenuto da tutto il gruppo dirigente dell’«Alleanza del lavoro» - tra cui Filippo D’Agostino e Rita Maierotti, sua moglie, fondatori del Partito comunista nel ‘21 -, subito dopo la proclamazione nazionale dello sciopero generale per il 1° agosto, definito da Turati «sciopero legalitario», chiamò a raccolta, tra gli altri, la Federterra, il Sindacato dei portuali, dei ferrovieri ed il popolo di Bari vecchia. I fascisti fecero confluire a Bari squadristi armati da tutta la regione con l’intento di impedire lo sciopero e distruggere la Camera del Lavoro, che aveva sede a Bari vecchia e rappresentava il simbolo del mondo del lavoro della città. 

I loro ripetuti attacchi armati furono respinti dai lavoratori, ma anche da ragazzi e popolane, che manifestarono grande solidarietà alla figlia di Di Vittorio, la piccolissima Baldina, e a sua madre, che agli inizi di ottobre, nel corso delle ultime violenze dei fascisti, dette alla luce, Vindice (scomparso dopo la fine del secondo conflitto mondiale per le gravissime ferite riportate nella guerra di Spagna). In tre giorni di scontri durissimi Arditi del popolo e lavoratori tennero testa agli squadristi sulla discesa di San Michele, sulla Fossa di Santa Barbara, scavando addirittura una trincea. 

Nel corso dei durissimi attacchi, morirono tre lavoratori, ma la Camera del lavoro e la città vecchia furono ben difese e solo alla cessazione dello sciopero, nel corso di un vero e proprio piano di guerra - come ha sostenuto la storica Simona Colarizi - «la cittadella rossa fu espugnata nella notte tra il 7 ed 8 agosto da battaglioni dell’esercito regolare, muniti di mitragliatrici ed autoblindo» . La Camera del lavoro fu chiusa, ma nel giro di alcuni giorni fu restituita dal prefetto a Di Vittorio. Gli ultimi assalti alla sede della CGL si registrarono nell’ottobre, anche questi senza successo, provocando però la distruzione della Società Umanitaria (associazione che sosteneva gli emigranti e si batteva per la lotta all’analfabetismo) e dell’abitazione di Filippo D’Agostino e Rita Maierotti, che riuscì a salvarsi calandosi da una finestra. Ricordando quella straordinaria pagina di storia scritta dal «popolo barese» Di Vittorio affermò: «Se almeno mezza Italia avesse potuto resistere, lottare e vincere come Bari, come Parma, come Roma e altre città, il fascismo non sarebbe mai arrivato al potere in Italia. Alla nostra patria sarebbero stati risparmiati il danno e la vergogna di venti anni di tirannia ed i dolori e la catastrofe determinati da una guerra ingiusta e non voluta dal popolo!».

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