Martedì 26 Marzo 2019 | 10:59

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Ma la finanza non è l’unica responsabile della crisi

di Giuseppe De Tomaso
Forse solo Mario Draghi non fa parte dell’affollatissimo club che vorrebbe mettere al bando la finanza. Tutti gli altri, a cominciare dall’ex ministro dell’economia Giulio Tremonti, addebitano alla finanza l’origine di tutti i guai economici del pianeta. Non solo. Chiedono ai governi di erigere un muro tra banche commerciali e banche speculative, precludendo di fatto alle prime di svilupparsi e creare valore con i nuovi strumenti dei mercati finanziari.

Intendiamoci. Che alcuni, o parecchi, banchieri giochino alla finanza come gli scommettitori alle corse dei cavalli, è pacifico. Che certe operazioni finanziarie siano più scriteriate e pericolose di un giro nel mondo in canotto, è altrettanto pacifico. Ma è sufficiente, questa ovvia considerazione, per accomunare la finanza a Satana e per associare gli Stati agli apostoli di Gesù?

Possibile che tutti i governi meritino addirittura l’assoluzione piena nei processi ai responsabili della crisi economica più grave dopo il 1929?

Basterebbe una piccola considerazione per concludere che così non è. Eccola. Se la parola «Stato» gode di una reputazione degna di Maria Goretti, il vocabolo «governo» patisce la nomea di una maîtresse attempata. Ma l’immagine dello «Stato» perderebbe di colpo la sua aureola di sacralità, se i cittadini la sostituissero con la fotografia dei detentori del potere.

Altro che entità divina. Un conto è lo Stato, un conto sono i detentori del potere, il cui indice di gradimento, soprattutto negli ultimi anni, ha raggiunto il modesto share che otterrebbe un programma tv in ostrogoto trasmesso alle tre di notte. Domanda: l’opinione pubblica apprezzerebbe ugualmente il ruolo dello Stato, se lo identificasse con i rappresentanti dello Stato, cioè con i detentori del potere? Di sicuro, no. Se ai cittadini fosse chiesto di stilare la lista degli imputati, in merito alla recessione in atto, probabilmente essi dividerebbero le colpe tra governanti e finanzieri, o forse le addosserebbero più ai primi che ai secondi. Questo per dire, anche, che non ci sono risposte semplici, o univoche, a domande complesse.

Per capirci. Dietro il drammatico bollettino di suicidi che sta incupendo la crisi in atto, non va ricercata solo l’insensibilità di qualche istituto di credito a credere nella voglia di riscatto delle imprese in difficoltà, ma va denunciata anche l’ostinazione degli Stati, rectius dei detentori del potere, a riproporre manovre economiche opposte a quelle che sarebbero necessarie. Logico. Se sulle aziende la tassazione complessiva oscilla sul 70%, solo una congiuntura particolarmente favorevole potrebbe assicurare lo sviluppo delle loro attività. In caso contrario, al minimo starnuto, alle prime criticità, seguirebbe una polmonite devastante.

Ma l’iper-tassazione non incide solo in forma diretta. Crea sconquassi anche in forme indirette. Se circolano meno soldi, tra le famiglie, diminuiscono i consumi, ossia cala il giro d’affari delle imprese. E se le imprese non guadagnano, non possono crescere in dimensioni e in qualità. E il Paese arretra. E i suicidi aumentano.

Ma lo Stato (pardon i detentori del potere) non sbaglia mai. Per vocazione e definizione. Anzi è più infallibile del Papa. La crisi? Colpa dei banchieri speculatori e degli evasori incalliti (come se le responsabilità reali per le frodi al Fisco non fossero dei governi disattenti, ma di qualche marziano di passaggio sulla Terra). Se le dittature, per fermare sul nascere le rivolte dei loro popoli affamati, s’inventavano improbabili nemici esterni da cui difendersi; o - peggio -, se, per nazionalizzare le masse, le dittature facevano una dichiarazione di guerra dopo l’altra, le moderne democrazie sostituiscono il fantasma del nemico militare (sempre in agguato) con lo spettro della finanza, della speculazione e dell’evasione mai sazie. Quasi che il debito pubblico alle stelle e la spesa pubblica al 55% del Pil fosse opera di qualche buontempone della City londinese, o di qualche emulo di George Soros, da tutti ritenuto il simbolo degli speculatori. Chissà perché, poi, gli squali alla Soros non si scatenano mai contro gli Stati meno indebitati, ma sempre contro quelli con i conti in disordine. Già.

La verità è che anche dietro alla stretta creditizia che sta strangolando imprese e imprenditori vanno ricercate le sagome dei governi, che a furia di sbraitare, in nome della stabilità, contro i possibili rischi sistemici, ora aggravati dalla finanza più spregiudicata, hanno preteso una serie di norme, imposizioni e vincoli che, tra poco, impediranno alle banche persino di concedere un sorriso. Per farla breve. Se le banche nei decenni scorsi hanno potuto crescere, facendo lievitare la cosiddetta economia reale, lo si deve al fatto che esse hanno fatto soldi, soprattutto, attraverso la vituperata finanza. Ora che la finanza è più deprecata di un assassinio davanti all’altare, le banche devono arrangiarsi con il poco che passa il convento. Senza brividi, senza rischi. Ma anche senza eccitazioni e soddisfazioni. E con buona pace delle imprese che chiedono finanziamenti come il pane.

Così la confusa precipitazione nel fermare gli eccessi della finanza cattiva, prima rischia di travolgere l’attività della finanza buona, e successivamente rischia di alimentare la depressione generale delle aziende manifatturiere, quelle che non vivono solo su Internet. Un bel risultato, non c’è che dire. Un autogol da fessi, potrebbe chiosare oggi un broker del calcio-scommesse.

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