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Fuga dalle università pugliesi per andare a studiare al nord

di Tonio Tondo
di Tonio Tondo

Le università pugliesi sono in serie difficoltà nelle immatricolazioni. Se a livello nazionale, nell’Anno accademico 2011-2012, c’ è stato un calo del 4 per cento, per gli atenei della regione il calo è più del doppio: l’8,3 per cento. Dei quattro poli, a subire la perdita più vistosa sono l’università del Salento (3.006 immatricolati con un meno 12,6 per cento) e il Politecnico di Bari con 1.393 immatricolati, il 20 per cento in meno. 

Il calo diventa un crollo se il confronto è con il 2009-2010: due anni fa a Lecce gli immatricolati furono 3.671, al Politecnico 2.051. Le cifre, aggiornate dal ministero dell’Università e della ricerca al cinque aprile 2012, si riferiscono alle immatricolazioni perfezionate entro il 31 dicembre 2011. Ma dove vanno i giovani pugliesi? Abbandonano il sogno di una laurea per andare a lavorare?

Niente di tutto questo. I diplomati delle scuole superiori, nella grave crisi economica, sono ancor più convinti della necessità di continuare gli studi, soprattutto in una facoltà che apra ragionevoli prospettive di lavoro. Il calo delle immatricolazioni in modo così vistoso, infatti, si è registrato solo negli atenei pugliesi, mentre è cresciuto in modo consistente il numero dei ragazzi che hanno deciso di iscriversi in un’università fuori della regione, soprattutto al Nord. È un flusso a senso unico. Dalla Puglia al Nord, e non viceversa. Anzi, anche i giovani delle regioni contermini, escluso il Materano, preferiscono andare oltre la Puglia. Un fiume che s’ingrossa anno per anno.

È il Salento la terra più generosa con le università del Nord. Qualche cifra. Sono 130.804 i giovani pugliesi iscritti a una facoltà: 86.504 in Puglia, 44.300 al Centro-Nord. Un numero quest’ultimo che cresce in continuazione. Nel 2011-2012 sono stati oltre 21mila gli immatricolati pugliesi. Più della metà dei 6.356 salentini hanno scelto le università dell’Emilia, Roma, Lombardia, Piemonte, Toscana e Veneto. Anche l’Abruzzo è tra le mete preferite.

Dice Paolo Cavaliere, fisico laureato alla «Normale», professore di Fisica generale e delegato del rettore dell’università del Salento, Domenico Laforgia: «È una fuga drammatica perché impoverisce il tessuto culturale dei nostri atenei e anticipa l’esodo al Nord per motivi di lavoro».

In otto anni le immatricolazioni a Lecce sono calate di 2.300 unità. Gli iscritti, da 28mila sono crollati a 21mila. Se il trend continuerà diventerà inevitabile la revisione degli assetti organici dei docenti e del personale tecnico-amministrativo.

Anche l’università di Foggia perde iscritti. Nel 2009-2010 gli immatricolati furono 1.864, in calo a 1.743 nel 2010-2011 e a 1.643 nell’anno accademico in corso.

L’università di Bari, invece, si mantiene più o meno stabile. Gli immatricolati sono stati 8.877, meno tre per cento rispetto all’anno scorso e sugli stessi valori di due anni fa. Le province di Bari e della Bat rimangono «fedeli» alla loro università, ricca di un’offerta formativa articolata, e solo in una piccola percentuale, dal 13 al 15 per cento, i diplomati scelgono un ateneo del Nord.

Nel Salento crollano Beni culturali e in netto calo sono le megafacoltà: Economia che passa dalle 559 nuove iscrizioni di due anni fa alle 397 dell’attuale anno accademico; Giurisprudenza che rimane però la facoltà più affollata con 521 immatricolati che si aggiungono ai 4.500 iscritti e Ingegneria che scende a 384 immatricolazioni rispetto alle 505 dell’anno precedente. In controtendenza Scienza della formazione che cresce del 20 per cento, mentre a livello nazionale crolla, arrivando a circa tremila iscritti, un terzo del numero degli insegnanti di cui l’Italia ha bisogno ogni anno.

Il Politecnico di Bari, che è risultato primo in Italia nella ricerca scientifica, è l’unico dei tre in Italia a perdere iscritti (forse, anche, per la severità degli studi e per il marketing concorrenziale di Milano e Torino). A Torino gli immatricolati sono stati 5.449, in crescita di 800 unità; a Milano 7.073, duecento in più dell’anno scorso. La scelta di studiare fuori rappresenta un salasso per le famiglie: mantenere un figlio in una città del Nord costa tra i 25mila e i 30mila euro. Sono decine di milioni che ogni anno si spostano dalla Puglia, un pezzo di Pil spesso risparmiato in anni di sacrifici.

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