Martedì 26 Marzo 2019 | 04:01

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Cucine, coniugare il vecchio e il nuovo

di Giorgio Nebbia
di GIORGIO NEBBIA
La settimana scorsa, il 16 e 17 aprile, si è tenuta a New York, presso la Fondazione Ford, una conferenza nel corso della quale si sono discussi i problemi delle cucine domestiche. Non si trattava delle cucine aerodinamiche e teletroniche che ci vengono proposte dalla pubblicità, ma della maniera in cui viene cotto il cibo in “appena” due miliardi di famiglie povere nel mondo. Niente elettricità, niente gas da accendere elettronicamente: queste famiglie cuociono gli alimenti in fornelli rudimentali, alimentati da tutto quello che le donne trovano sul posto. Ho detto le donne perché sono loro, in queste comunità e villaggi sparsi nei paesi poveri, a cui spetta il compito di raccogliere, nei campi, il combustibile, costituito da ramaglie, sterco animale essiccato, carbonella, e poi di preparare il cibo quotidiano. 

I combustibili poveri dei paesi poveri hanno l’inconveniente non soltanto di essere scomodi da raccogliere e portare nel villaggio, ma anche quello di bruciare con un fumo che contiene polveri, idrocarburi cancerogeni, gas e metalli tossici, diossine, respirati dalle donne e dai bambini in quantità da 20 a 100 volte superiori ai limiti massimi ammessi per l’aria dalle organizzazioni sanitarie internazionali. Le quali calcolano che questa maniera di cuocere il cibo provochi ogni anno, per inquinamento, diciamo “domestico”, un milione e mezzo di morti premature. ”Domestico” fino a un certo punto, perché spesso la cucina è all’aria aperta, un mucchio di pietre, con un foro in cui mettere il combustibile e un altro su cui mettere le pentole. L’incontro di New York aveva come tema: “Fornelli e cucine non inquinanti”. 

A dire la verità anche in Italia, in un non lontano passato, le donne di casa si intossicavano con i fumi dei fornelli, senza sapere niente di idrocarburi e diossine; io stesso ricordo bene i fornelli alimentati a carbonella, nei quali le massaie ravvivavano il fuoco sventolando un ventaglio di paglia; quando andava bene i fumi si disperdevano attraverso un camino. I partecipanti alla conferenza di New York si proponevano di migliorare i fornelli e le cucine degli attuali paesi poveri, a partire dal perfezionamento dei sistemi di accensione e di tiraggio dei fumi in modo da ottenere una migliore ossidazione del combustibile e quindi minori fumi e gas tossici da respirare. Buoni fornelli si possono costruire anche con materie poverissime come fusti o barattoli metallici, praticando opportunamente i fori del caricamento del combustibile e del tiraggio dei gas di combustione.

Sembra uno scherzo, ma talvolta si tratta di risolvere delicati problemi di termodinamica e chimica e fortunatamente anche in Italia ci sono dei gruppi che sperimentano queste “tecnologie intermedie”. Uno, noto a livello internazionale, opera presso il Museo dell’Industria e del Lavoro (www.musil.brescia.it) di Cedegolo (Brescia) in collaborazione con ingegneri e merceologi dell’Università di Brescia (www.ing.unibs.it/~cetamb/). Altri perfezionamenti devono essere realizzati nel campo delle fonti di calore: quasi sempre si tratta di residui vegetali dei campi o dei boschi; se si bruciano tali e quali il contenuto elevato di acqua impedisce una buona combustione e fa aumentare i fumi. 

Le tecnologie intermedie insegnano come essiccare i vegetali prima dell’uso, come scegliere le parti delle piante e degli alberi che sono più adatte a bruciare con meno fumi tossici, come perfezionare la produzione di carbone di legna, la cosiddetta “carbonella”, anche per diminuire il diboscamento spesso praticato proprio per ricavarne legna da ardere.. Il calore può anche essere ottenuto “pulito”, senza fumi, utilizzando l’energia solare. Le prime cucine solari, semplicissime, sono state progettate, oltre mezzo secolo fa, dalla dottoressa americana, di origine ungherese, Maria Telkes (1900-1995): basta prendere quattro pezzi di alluminio, uniti alla base e orientati verso il Sole, che spesso è abbondante nei villaggi dei paesi poveri; la radiazione solare si riflette e si concentra sulla pentola scaldandone il contenuto anche a oltre 200 gradi, sufficienti per la cottura dei cibi. 

Molte di queste iniziative richiedono una intelligente collaborazione fra tecnici e specialisti delle Università, degli enti di ricerca e dell’industria dei paesi avanzati e le organizzazioni, spesso di volontariato e di missionari, che operano nei paesi emergenti, anche per capire quali sono le reali disponibilità locali di materiali ed energia, quali i bisogni e le abitudini. L’esperienza mostra, infatti, che talvolta le tecnologie raffinate “occidentali” proposte ai paesi poveri finiscono per essere rifiutate perché non capite o estranee alle abitudini e tradizioni locali. Occorre, insomma, unire “vecchie tecnologie per il futuro” alle conoscenze di popoli lontani da noi, con reciproco arricchimento e miglioramento dell’ambiente e della vita.

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