Martedì 26 Marzo 2019 | 17:04

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Un mistero italiano di nome Lavitola

di Giuseppe Giacovazzo
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Per uno strano intreccio di circostanze siamo condannati a non capire in tempo le cose che succedono nel nostro Paese, sempre avvolto nei misteri. Gli storici scrivono troppo tardi, i giornali evitano di rischiare, la gente ha poca memoria.

È rientrato in Italia (e non si sa bene perché) un latitante che è stato arrestato appena sceso all’aeroporto di Fiumicino. Valter Lavitola è “un uomo di Stato in incognito”. Accompagnava Berlusconi in diverse missioni ufficiali all’estero. Diceva di essere un “pupillo di Craxi”. Ha cercato di diventare anche il pupillo del Cavaliere e ci stava riuscendo.

Detto così sembra una notizia di routine in questo Paese abituato agli scandali. C'è invece dietro tutta una storia: quella appunto che gli storici tardano a raccontare, i giornali evitano di approfondire e la gente facilmente dimentica. 

Sembra infatti evocare il passaggio dalla prima alla seconda repubblica, dal crepuscolo di Craxi alla discesa in campo di Berlusconi. Un trapasso predestinato, quasi una staffetta. In piena bufera di Tangentopoli Berlusconi accoglie in Forza Italia i dispersi del Partito Socialista in frantumi. Valter Lavitola scippa il glorioso giornale L’Avanti e se ne serve per le sue truffe.

L'involuzione del partito che fu di Turati e di Nenni viene da lontano. Comincia quando Craxi si allea con Andreotti e Forlani con la benedizione di un mistico politologo, Gianni Baget Bozzo, che approda a Craxi salmodiando: “Il socialismo di Craxi è la mia pelle”. Come ogni prete, sa che morto un papa se ne fa un altro. E passa felicemente alla corte di re Silvio. Stessa musica. Lo esalta come “un evento spirituale, il miglior politico italiano a cui il popolo deve molto”.

Ma c'è un abisso tra lui e Craxi che coltivò sempre una politica estera dignitosa fino all’orgoglio. Sigonella lo impose al rispetto di Reagan che gli scriveva: “Dear Bettino”. Con Berlusconi la politica estera era diventata ghiottoneria per vignettisti. Ci mancava un filibustiere come Lavitola per completare il quadro. Voleva regalare un elicottero Agusta al suo amico premier di Panama a titolo di mancia per gli appalti promessi a Finmeccanica, sotto il paterno sguardo del nostro premier. Gli spettava un buon 10% versato sul conto della sua amante sudamericana.

Un brutto giro nel quale era cascato il governo, la politica, lo Stato italiano. E anche il partito di Berlusconi che attraverso Lavitola reclutò a buon prezzo un parlamentare in offerta come il sen. De Gregorio, suo socio e compare, che aveva incassato 23 milioni di euro destinati all’Avanti. Ora anche lui rischia l’arresto se il Senato concederà l’autorizzazione a procedere richiesta dal magistrato. Volge così al termine la parabola del craxiberlusconismo che dalla “Milano da bere” è finito nella Milano ladrona di Bossi e Formigoni.

Non sarebbe serio rubricare questo finale di partita come un semplice incidente di percorso. Non è facile cancellare quel tanto di simbolico che questi eventi raccontano di un intero ciclo politico in estinzione: un ventennio infausto consegnato ai posteri in una fotografia dove accanto a Berlusconi spicca il faccione del faccendiere Lavitola sulla scaletta di un aereo in missione internazionale.

Rimane tuttavia da svelare il mistero di questo improvviso volontario rimpatrio culminato brevemente in un carcere annunciato. Lavitola non è certo un allocco. È ammanicato con i poteri più occulti. Sapeva benissimo a cosa andava incontro rimettendo piede sul patrio suolo. Ha voluto correre un rischio calcolato? Una vendetta programmata? Contro chi? Un disperato “muoia Sansone”? Non è da escludere che ci sia dietro la mano invisibile dei “servizi” con i quali non ha mai perso contatto. Speriamo di non dover attendere i tempi estenuanti degli storici per appurare qualche brandello di verità.

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