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Quelle vedove inconsolabili per il tramonto del Senatùr

di Giuseppe De Tomaso
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Da non credere. Ora che Umberto Bossi è in disgrazia e che la Lega arranca come i partiti della Prima Repubblica, la stampa del Nord, a leggere certi commenti, fatica a darsi pace. Il suo cruccio è il seguente: finito il Senatùr, che pure non era un tipo impeccabile, chi si prenderà cura della questione settentrionale e del federalismo fiscale? 

Vedove inconsolabili sembrano spuntare dagli ambienti più imprevedibili, a conferma, avrebbe detto il bravo Giorgio Gaber (1939-2003), che non deve preoccupare tanto il Bossi che c’è in te quanto il Bossi che c’è in me. Insomma. Il timore dichiarato è che il funerale politico della Lega possa coincidere con il funerale programmatico di tutte le istanze per il Nord che, diciamolo, in materia di pretese dallo Stato centrale ha storicamente dimostrato di sapere il fatto suo, anzi di poter dare lezioni a molti. 

Solo in Italia può accadere che la questione più grave della nazione non sia l’arretratezza della sua area più povera, ma il bollettino di lamentele proveniente dalle sue regioni più ricche. Ecco. Messa così, Bossi può ambire al rango di politico più abile degli ultimi 20 anni. Dove si era mai visto un signore così scalcagnato e approssimativo riuscire a mettere in cima all’agenda politica di maggioranze e opposizioni la patacca del federalismo, che neppure lui, il diretto interessato, sapeva bene cosa fosse, dal momento che, per Umberto B, il pensatore patriota Carlo Cattaneo (1801-1869) era e rimane il nome di una via cittadina assai trafficata?

Ma a furia di sillabare la parola fe-de-ra-li-smo, accompagnata da altre varianti come secessionismo, indipendentismo, Roma Ladrona e via urlando, il Capo del Carroccio ha realizzato un duplice miracolo: oltre a collocare, tra l’altro, la fidatissima Rosi Mauro sulla piramide delle più alte cariche dello Stato, ha costretto tutti gli altri partiti a rincorrere la Lega sul terreno dei suoi slogan e delle sue sparate più improbabili.

Purtroppo, l’effetto Lega si è rivelato deleterio per le finanze pubbliche e la tenuta dello Stato. È vero che il federalismo fiscale è rimasto incompiuto, oscillando tra tassazione locale e tassazione nazionale, ma è pur vero che tutte le riforme in senso federale approvate finora, a partire dalla revisione del titolo quinto della Costituzione, hanno prodotto un mare di problemi, giuridici, sociali, finanziari. Basti pensare ai contenziosi tra Stato centrale e Regioni sulle materie concorrenti tipo l’energia (su cui cioè entrambi hanno l’ultima parola): per ogni progetto bisogna farsi il segno della croce. Logico che le imprese straniere, di fronte all’incertezza decisionale permanente, siano tentate di girare al largo dalla Penisola.

Idem il federalismo amministrativo. In teoria doveva spoliticizzare e deburocratizzare la pubblica amministrazione. Ma la fine dei controlli ha prodotto un surplus di malversazioni e di corruttele nella gestione del denaro pubblico. Del resto, sono sufficienti le cronache sulle indagini giudiziarie a dimostrare che la questione morale, dopo gli anni di Mani Pulite, si è aggravata notevolmente. Segno che anche le regole nuove hanno contribuito a rendere più opaco l’utilizzo dei quattrini degli amministrati.

Ma è sull’enorme montagna della spesa pubblica che l’azione bossiana ha provocato più danni di una bufera infinita. Già il federalismo presenta non pochi rischi (separatistici), specie se calato in un Paese il cui Pil è spaccato come una mela, tra Nord e Sud. Se poi si aggiungono la confusione operativa e la moltiplicazione dei centri di spesa, addio buongoverno. Il debito pubblico volerà come un jet. E le tasse assedieranno gli italiani da gennaio a dicembre.

Il federalismo leghista ha dato il suo contributo all’aumento del debito pubblico e dell’imposizione fiscale. Non si ha notizia di enti tagliati o potati. Le Province sono rimaste tali e quali. Le comunità montane anche. Per non dire poi di tutti gli enti intermedi generati come conigli e utili solo a soddisfare gli appetiti delle varie Caste. Risultato: nel giro di pochi anni la tassazione territoriale è cresciuta del 200 per cento, e chissà dove arriverà quando saranno resi noti i prossimi prelievi sugli immobili.

Altro che assolvere o lodare il Bossi politico, pur censurando il Bossi marito distratto e superficiale padre di famiglia. Il Bossi federalista (si fa per dire) ha nuociuto alle tasche degli italiani più del Bossi che coopta il figlio spendaccione nella gerarchia leghista e nelle istituzioni lombarde. Altro che questione settentrionale da salvaguardare o federalismo da rilanciare. L’unico federalismo di cui i cittadini hanno potuto verificare la portata è il federalismo della corruzione. Ma questo aspetto viene incredibilmente sottovalutato nelle attuali accorate analisi sullo psicodramma padano.

Conclusione. C’è poco o punto da rimpiangere della stagione leghista. Anche il Nord, tutto sommato, non ha guadagnato gran che, visto che non ha potuto schivare la grandinata di tasse causata, pure, da un partito liberista a parole, ma leninista e statalista nei fatti. Ora il re è nudo. Meglio non rivestirlo più.

Giuseppe De Tomaso



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