Mercoledì 20 Marzo 2019 | 14:01

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Italia da ricostruire come nel dopoguerra

di Michele Partipilo
di MICHELE PARTIPILO
È difficile in questi giorni non lasciarsi prendere dallo scoramento. Guardi allo sport e vedi il marciume affiorare, perfino l’atavica rivalità fra baresi e leccesi non è riuscita a frenare l’inciucio. Guardi alla città in cui vivi e avverti ancora il senso di nausea per tutte le miserie emerse fra imprenditori e pubblici amministratori. Una vertigine già provata nella lunga estate trascorsa con le rivelazioni di Tarantini e soci. E allora vuoi pensare che in fondo è anche colpa di questo Sud piagnone e furbastro e cerchi conforto dalla politica, quella fatta dai duri e puri, come quelli della Lega che nella probità e nella guerra alla «Roma ladrona» ha trovato le cifre del suo programma politico. Niente. Un fallimento totale. Anche Bossi e soci non sono sfuggiti all’attrazione del dio denaro. 

Anche loro prostrati in adorazione dinanzi ai fondi pubblici così generosamente elargiti dai partiti ai partiti. E adesso il mito leghista infranto, finito nella polvere. Al suo confronto pure la vecchia Dc riacquista dignità.

Già, i soldi. Ormai sono l’unico scopo e valore della nostra vita. Come dimostra il dilagare dei «Gratta e vinci»: + 50 per cento, conteggiano le inesorabili statistiche. E chi i soldi non ce li ha, e non ce la fa a tirare avanti, si ammazza. Lo dicono i suicidi che in queste ultime settimane stanno legando con un terribile filo rosso tutti i paesi in crisi, dalla Grecia all’Italia, alla Spagna, al Portogallo. Ha gioco facile il senatore Di Pietro a dire che Monti ha la responsabilità morale di aver provocato quei morti. Ma dimentica che vent’anni fa più o meno un’analoga responsabilità morale era stata caricata sulle spalle dell’intraprendente Pm Di Pietro, dopo il suicidio di alcuni indagati. La storia è inesorabile nei suoi corsi e ricorsi. Se solo gli uomini non dimenticassero così in fretta.

Ieri ci si è messo pure il papa. Nel giorno dedicato tradizionalmente al clero ha tuonato contro i preti che pretendono di stabilire autonomamente nuove regole. Obbedienza e niente sacerdozio per le donne, è stata la risposta di Benedetto XVI. Ne ha parlato con quegli stessi toni che sette anni fa, nel discorso sulla sporcizia nella Chiesa, gli valsero la candidatura al soglio di Pietro.

Il papa fa bene a dire quel che dice, ma deve anche prendere atto che non si può continuare a nascondere la polvere sotto il tappeto. Su tutti i temi etici è forse giunto il tempo di aprire un dialogo ampio, approfondito, senza pregiudizi. Perché i cattolici vivono la realtà ormai con grande turbamento. Sia che si tratti della Chiesa sia che si tratti della società civile, in cui pure dovrebbero essere «il sale».

E se l’Italia sta vivendo una crisi morale prima ancora che economica, occorre chiedersi quanto possa dipendere da una crisi della religione, considerate le profonde radici cattoliche della nostra cultura e del comune sentire. Stasera le stradine dei centri storici si animeranno di penitenti, statue di santi, flagellanti, marce funebri, candele e rosari. A vederla da lontano sembrerebbe la rappresentazione di una fede semplice, genuina e profonda. E forse lo è. Ma come si spiega allora una così repentina caduta della tensione morale? Come si spiega quel progressivo venire meno dell’«ama il prossimo tuo come stesso»?

I conti non tornano. Ci vorrebbe una stagione di pentimento e di conversione, per dirla con il linguaggio dei credenti. Oppure un ritorno all’onestà, per usare parole più laiche. Ma tutto questo proprio oggi sembra molto lontano. Soprattutto ai nostri figli, ai quali stiamo offrendo fior di modelli da imitare. A chi si devono rifare: a Masiello o al «Trota»?

Sono davvero tempi tristi in cui sembra venire meno ogni spinta alla rettitudine. Una stagione di emergenza si direbbe, se anche un laico dello stampo di Stefano Rodotà scrive un libro il cui titolo è «Elogio del moralismo».

Che fare? Abbiamo un urgente bisogno di trovare punti di orientamento. Perché vaghiamo smarriti e fragili, fino al punto di cedere alla disperazione e preferire la morte alla vita. L’unica strada è quella di smettere con le illusioni e riconoscere che in molti hanno ceduto alla tentazione di vivere al di sopra delle loro possibilità, seguendo i modelli fatui e dispendiosi proposti dalla tv. Per farlo è passata pure l’idea che fosse lecito rubare, frodare, ingannare, evadere. Venendo meno ai comandamenti e al rispetto di coloro che a botta di sacrifici si sforzano di preservare la propria onestà.

Ora occorre ricostruire il Paese, così come si fece all’indomani della caduta del fascismo. Solo che questa volta è più difficile perché dovrà essere una ricostruzione morale.

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