Domenica 24 Marzo 2019 | 06:12

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L’orgia della spesa dietro gli scandali da Milano a Bari

di Giuseppe De Tomaso
Solo uno spirito preconcetto potrebbe pensare che Bari e la Puglia siano la Sodoma e Gomorra del ventunesimo secolo. Non già perché il capoluogo e la regione debbano fruire di un supplemento di franchigia nella lunga teoria del condonismo nazionale, ma perché obiettivamente il malcostume e la questione morale costituiscono un problema nazionale, non territoriale. Inchieste-choc con imputati eccellenti fioriscono in tutti gli angoli del Belpaese. Gli stessi magistrati di Mani Pulite sottolineano, con disappunto, che dopo 20 anni il tasso di corruzione italico è cresciuto senza freni, più del Pil cinese.

Da più parti ci si arrabatta per inventare la medicina legislativa, il vaccino salvifico in grado di arginare il mappollismo imperante, l’economia dello scambio tra pubblici poteri e interessi privati.

Il caso vuole che da qualche tempo sia Bari in prima pagina, per le indagini su corrotti e corruttori. In passato era toccato a altri centri, e domani chissà. Anche stavolta è opinione diffusa che solo un inasprimento delle pene, solo la tolleranza zero nei confronti della Razza Predona possano riportare il fenomeno corruttivo a livelli, diciamo così, fisiologici. Certo, una buona legge (ammesso che sia davvero buona) è cosa utile e giusta.

Ma le dimensioni delle macro e micro Tangentopoli che tanto lavoro dànno ai tribunali della Repubblica sono così imponenti che pensare di risolvere la questione con una normativa ad hoc equivale a credere di poter svuotare il Mediterraneo con il secchiello da spiaggia. Oddio, meno male che a volte, come ha scritto ieri Michele Partipilo, scattino gli anticorpi: è accaduto, ad esempio, alla Provincia di Bari dove l’Istituzione ha avviato un’azione moralizzatrice prima che un’inchiesta finisse sui giornali. Ma, ripetiamo, la Scandalusia italiota è così vasta e capillare da sollecitare una riflessione più profonda.

Gli scandali hanno costellato e costellano le storie di tutti gli Stati. Anche l’Italia degli anni Cinquanta non era un megaraduno di angeli. Ogni tanto spuntava qualche demonio, puntualmente esorcizzato dalla riprovazione generale. Se la corruzione non raggiungeva fatturati da capogiro, lo si doveva essenzialmente a un fatto: la spesa pubblica non aveva toccato le vette, allora inimmaginabili, di oggi. Il che impediva quei lucrosi intrecci tra pubblico e privato, che ora troneggiano su tutti gli strumenti del comunicare.

Andiamo al sodo. Ogni anno lo Stato preleva il 53% della ricchezza nazionale prodotta. Una cifra astronomica, qualcosa come 800 miliardi. Un prelievo che, in alcuni casi, assume le sembianze di una vera confisca, viene giustificato con la necessità di sostenere lo Stato sociale, il Welfare. Proposito condivisibile, sacrosanto. Ma se il 53% della ricchezza nazionale servisse davvero a soddisfare le esigenze del Welfare, il dramma delle povertà sarebbe stato archiviato da tempo, dato che la popolazione indigente oscilla sul 20% del totale.

La verità è che di quel 53% prelevato annualmente in nome della socialità, solo il 25% viene destinato davvero alle emergenze del Welfare. Il resto, il 28%, cioè più della metà va ad alimentare il circolo perverso della spesa pubblica, uno spazio ideale per ogni tipo di malversazione e saccheggio di pubblico denaro.

Anche i settori pubblici di Bari e Puglia fanno parte di questo ingranaggio. Più spesa pubblica, più corruzione. Più spesa pubblica, più tentazioni illecite. Il che, soprattutto nelle regioni dove l’interlocutore dell’impresa non è il popolo dei consumatori, ma quasi sempre la pubblica amministrazione (che agisce in una condizione di monopolio), rappresenta un’ulteriore occasione, un’altra tentazione «redistributiva» (in senso tangentizio) del pubblico denaro. Non solo. I conflitti di interesse assumono sovente i contorni di una patologia endemica, direbbe il giurista Guido Rossi. I confini tra politica, pubblica amministrazione e imprenditoria sono sempre più labili, tanto che i megaconcorsi elettorali spesso si risolvono in una resa dei conti per mettere le mani sulle città, cioè sulle burocrazie da cui si dipana la filiera del comando, da cui fuoriesce l’odore dei soldi.

La degenerazione finale è la commistione tra potere e profitto che, invece, dovrebbero restare sempre separati, come si fa per gli ultrà di opposte tifoserie. Specie nel Sud, il potere appare così eccitante che parecchi imprenditori, dopo aver messo su un capannone con 10-20 dipendenti, si fanno prendere dalla frenesia della militanza politica, pensando in tal modo di percorrere scorciatoie assai vantaggiose per il successo personale. In tal modo, non solo rendono la propria impresa subalterna alla politica, ma contribuiscono ad ammorbare l’aria e a rendere sempre più illusoria la speranza di un mercato trasparente. Per sovrammercato, forse, baresi e pugliesi, aggiungono a questo scenario una pennellata di levantinità, che a volte giova e a volte no. Ma la levantinità non è sempre un valore aggiunto deteriore. Finale. 

Non bisogna mai arrendersi al malcostume. Indignarsi è opportuno e indispensabile. A patto però di sapere che nessuna legge, nemmeno la più incisiva, potrà mai ridimensionare la corruzione (che non riguarda solo la classe politica) se l’abnorme interventismo statale, così come appare da mille segnali, tenderà a soppiantare il diritto privato a beneficio esclusivo del diritto pubblico, così come avveniva negli Stati totalitari. Già il Potere, ammoniva il filosofo, è corruzione. Il Potere assoluto è corruzione assoluta.

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