Giovedì 21 Marzo 2019 | 02:11

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La luna di miele del professore continua con i cattolici

di Domenico Delle Foglie
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Superati i 100 giorni di vita, per ogni governo italiano che si rispetti, scatta la fatidica domanda: è finita la luna di miele? La risposta, nel caso del Governo Monti, è sottoposta a un prudente «dipende».

«Dipende» se ci riferiamo alla «strana maggioranza» che lo sostiene, all’opinione pubblica o alla Chiesa istituzione. Nel primo caso possiamo affermare, con una certa dose di realismo, che la luna di miele ha imboccato la fase discendente.

Significativa, a questo riguardo, la scelta del Governo di affidare la riforma del lavoro “salvo intese” a un disegno di legge piuttosto che a un decreto. Dopo le pensioni e le liberalizzazioni, portate a casa a colpi di decreti, per la riforma del lavoro si torna alle vecchie pratiche parlamentari. Segno che le elezioni prossime venture (compresa quella del Capo dello Stato) cominciano a far sentire il loro peso.

Per quanto riguarda l’opinione pubblica, i sondaggi sono unanimi nel confermare la fiducia al premier. Dunque, la luna di miele di Monti con il Paese reale continua. Anzi, non solo gli affida altro filo da tessere come presidente tecnico, ma fa intravedere anche qualche proiezione istituzionale.

Veniamo alla luna di miele del Governo e di Monti con la Chiesa italiana. Qui raccogliamo alcuni indizi, avvalendoci delle stesse parole pronunciate ieri dal cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, nel corso del Consiglio permanente di primavera. Al parlamentino dei vescovi, Bagnasco ha citato esplicitamente il Governo e l’azione svolta in questi mesi, riconoscendo che “con i provvedimenti adottati è stato portato al sicuro il Paese, facendo proprie – pur con qualche adattamento – le indicazioni comunitarie”. 

Ma il cardinale ha incalzato sia il Governo sia i partiti. Al primo ha chiesto di approfittare di questa stagione per “uscire dall’immobilismo; cominciare a fare manutenzione ordinaria del territorio; continuare nella lotta all’evasione fiscale; semplificare realmente alcuni snodi della pubblica amministrazione; dotarsi di strumenti pervasivi e stringenti nel contrasto alla corruzione e al latrocinio della cosa pubblica”. Ed ancora: “Azionare tutti gli strumenti e investire tutte le risorse a disposizione… per dare agli italiani, a cominciare dai giovani, la possibilità di lavorare”. Ai partiti, a tutti i partiti, la richiesta di rinnovarsi: “Non hanno alternativa, se vogliono tornare – com’è fisiologico – ad essere via ordinaria della politica ed essere pronti – quando sarà – a riassumere direttamente nelle loro mani la guida del Paese”.

E nel frattempo? Pronta la risposta di Bagnasco: “Per intanto dal Governo sono attese soluzioni sospirate per anni. Come Vescovi chiediamo di tenere insieme equità e rigore”. Dunque, il Governo Monti, almeno per quanto riguarda la Chiesa italiana, e pur nella sobrietà e nella misura delle parole tipiche dei vescovi, può dormire sonni tranquilli.

Del resto, la vicenda Ici-Imu risolta senza alcuna slabbratura istituzionale sta lì a dimostrare che le cose filano, almeno per la Chiesa italiana, per il verso giusto. Del resto, il Governo si è sfilato sulle questioni più controverse, quelle antropologiche (vita, famiglia e libertà di educazione) che rappresentano un terreno di confronto più aspro e non possono essere di competenza di un governo tecnico. Certo, torneranno prepotentemente nell’agenda pubblica in prossimità delle elezioni. Basti pensare alle unioni gay, al fine vita o all’eutanasia.

Di sicuro, la Cei di Bagnasco ci tiene a rafforzare il proprio profilo di interlocutore istituzionale libero, ma rispettoso delle diverse prerogative. In quest’ottica va letta, ad esempio, la recente vicenda delle dichiarazioni sulla riforma del lavoro. A nessun osservatore è sfuggito che alla prima dichiarazione allarmata di monsignor Giancarlo Bregantini, “il lavoro non è una merce”, è seguita l’immediata precisazione del portavoce della Cei. Monsignor Domenico Pompili ha rimesso subito le cose a posto, suggerendo, con linguaggio politicamente corretto, una “soluzione ampiamente condivisa”. Insomma, il Palazzo della Cei non soffre il governo tecnico di Monti. Del resto, sarebbe stato lo stesso premier a rassicurare il mondo cattolico, con parole che un retroscenista ha così ricostruito: “Se domani ci dovesse essere un confronto sui temi che vi interessano, sappiate che sto dalla vostra parte”. Dichiarazione non smentita dall’interessato.

Cosa può chieder di più la Chiesa istituzione a un premier tecnico?

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