Domenica 24 Marzo 2019 | 05:37

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Ora anche il prof rischia di sperimentare la precarietà

di Giuseppe De Tomaso
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Ricordate il governo Dini, quello che subentrò al primo governo Berlusconi nel lontano 1995? Doveva essere un esecutivo amico del Cavaliere, il cui parere fu decisivo nella scelta dell'inquilino di Palazzo Chigi e dei ministri più autorevoli. Invece, nel giro di pochi giorni apparve subito chiaro che Dini avrebbe creato più problemi al centrodestra che al centrosinistra. Presto il Rospo (come fu ribattezzato «Lambertow» Dini) divenne quasi un'icona anti-berlusconiana. 

Poi diede vita a una formazione collaterale all'Ulivo e nelle elezioni successive si guadagnò i voti che gli consentirono di trasferirsi per cinque anni alla Farnesina, al vertice della politica estera italiana. Dini, da presidente del Consiglio, fu artefice di una riforma pensionistica che smontava di parecchio l'impalcatura della sua precedente riforma presentata da ministro di Berlusconi e stoppata da Bossi. 

Il centrosinistra gradì. I sindacati pure. E il provvedimento passò. A parti invertite, sta capitando qualcosa di simile al presidente Monti. Nessuno più dei big dell'attuale centrosinistra aveva spinto per l'investitura del professore bocconiano a successore del Caimano. Monti di qua. Monti di là. Monti il salvatore. Monti futuro capo del centrosinistra. Monti al Quirinale sull'onda di una coalizione da Casini a Vendola. La Repubblica di Monti. Insomma, un'apoteosi quotidiana. Cui davano man forte frotte di agiografi intenti a celebrare pensieri e opere del neopremier. Alla santificazione montiana da parte del centrosinistra faceva da contraltare la freddezza del centrodestra che vedeva nel Professore la sagoma dell'usurpatore o del viceré inviato dai Poteri Forti di mezzo mondo per far fuori quell'incontrollabile del Cavaliere.

La riforma del mercato del lavoro ( in particolare la modifica dell'articolo 18) ha ribaltato il quadro sopra descritto. Per cui, oggi il presidente del Consiglio ha più estimatori nel centrodestra che nel centrosinistra. L'esatto contrario di quanto si verificò 17 anni addietro con la stagione Dini. Se dipendesse da loro, molti berluscones, timorosi sulle conseguenze elettorali del passo indietro del Fondatore, affiderebbero a Monti anche le chiavi di Arcore. Ma siccome non dipende da loro, e siccome Monti forse coltiva altri tipi di progetti, il retropensiero su Mario erede politico di Silvio rimarrà solo una pia aspirazione.

Ciò detto, il Professore si gioca parecchio del suo patrimonio, in termini di credito e credibilità, sull'articolo 18. Si capiva lontano un miglio che il presidente del Consiglio avrebbe voluto imitare il Giulio Cesare (100-44 avanti Cristo) del «veni, vidi, vici». Un po' come egli aveva già fatto con il blitz sulle pensioni, riformate con decreto, tanto da sfidare l'incredulità di Angela Merkel e da lasciare a bocca aperta quel capo di Stato in perenne luna di miele che risponde al nome di Nicolas Sarkozy. Standingovation a Super-Mario. Lodi rinascimentali dal personaggio più figo (Barack Obama) del pianeta. E via esaltando. Fino a ipotizzare incarichi sempre più gloriosi nelle gerarchie europee.

Ma quando sembrava che il più fosse fatto, e che anche la riforma dell'articolo 18, sia pure tra mille contorsioni e crampi intestinali, sarebbe entrata in vigore a tempo di record per la gioia dei mercati, dalla politica è sopraggiunto un doppio altolà che neppure la protezione accordata da Giorgio Napolitano al capo del governo è riuscita a schivare.

Il primo altolà riguarda il merito della riforma. Giù le mani dai licenziamenti, caro Monti. Se proprio ci tieni a renderli più facili, scordati l'idea del varo immediato attraverso lo strumento del decreto legge, e accòntentati della via del disegno di legge. Altrimenti, la tua ora volgerà bruscamente al termine. Il disegno di legge è la soluzione ideale per annacquare tutto, per salvare capra e cavoli, e per evitare la conta nel Pd tra laburisti e liberali. Certo, Monti potrà apparire, in caso di paralisi parlamentare del testo sul lavoro, come l'unico decisionista riformista sabotato da legioni di conservatori. Ma chi se ne frega? In poche settimane nessuno se ne ricorderà più.

Il secondo altolà riguarda il presente e il futuro del Professore. Gli italiani, soprattutto i politici, sono disposti a perdonare tutto, tranne il successo del vicino di casa, di banco o di partito. Fino all'altro ieri a Monti auguravano tempi supplementari a oltranza, alla direzione del governo. Traduzione: anche la prossima legislatura avrebbe dovuto beneficiare dell'opera dei tecnici arruolati da Monti, perché ritenuti gli unici, insieme al capo, in grado di risanare i conti del Paese. Oggi, in particolare nel centrosinistra, ci troviamo di fronte ai segni di insofferenza che manifestano alcuni padroni di casa quando l'ospite, mille volte pregato, decide di prolungare sul serio la sua permanenza. Infatti. Si sprecano le sottolineature sulla precarietà del governo, sul fatto che ha già deliberato abbastanza e che presto dovrà cedere il posto alla classe politica. Cioè. Monti non è alla frutta, ma di sicuro diminuiscono quelli che vorrebbero fargli gustare il dolce ( l'ipoteca su Palazzo Chigi e Quirinale nel 2013) .

Strano destino per un Professore chiamato a rimettere le cose a posto. A furia di combattere la precarietà rischia di ritrovarsi più precario di tutti. Se c'è una sede dove il posto fisso resta una chimera e dove lo spirito dell'articolo 18 viene aggirato da decenni, questa è la presidenza del Consiglio. Il Professore lo sta verificando (e imparando) un giorno dopo l'altro.



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