Martedì 26 Marzo 2019 | 10:57

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di Giuseppe De Tomaso
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Post hoc propter hoc, dicevano i latini. Tradotto: dopo di ciò, dunque a causa di ciò. Chissà se la spinta decisiva ad archiviare il vecchio articolo 18 dello Statuto dei lavoratori sia arrivata al presidente del Consiglio dall’ultimo negativo bollettino dell’Istat sui dati del Pil (giù di mezzo punto nel primo trimestre 2012). Sta di fatto che Monti, in un colpo solo, ha abbattuto mezzo secolo di concertazione e dialogo sociale e, probabilmente, ha posto le premesse per uno sconvolgimento a 360 gradi dello scenario politico-elettorale. L’art. 18 era considerato la linea del Piave dei sindacati, un Muro invalicabile pena la rottura dell’intero sistema di relazioni industriali. Non sappiamo quale sarà l’esito delle battaglie (fuori e dentro il Parlamento) che si scateneranno nei prossimi giorni, né sappiamo quale sarà il testo definitivo che uscirà dalle Camere.

Sappiamo solo due cose: che il Professore ha lanciato una sfida di cui pochi lo ritenevano capace (a meno che di cognome non si fosse Mario Thatcher) e che, paradossalmente, ora toccherà alle forze politiche decidere se la sfida merita di essere sostenuta.

Sia per i sostenitori che per i denigratori, l’attuale articolo 18 costituisce un atto di fede. I favorevoli sostengono che la disoccupazione non è figlia dello stop ai licenziamenti, visto che nelle aree più industrializzate del Paese, i senza lavoro si contano sulle dita di una mano. I contrari all’odierna normativa sui licenziamenti obiettano che le imprese italiane si sarebbero allargate più del Po in piena se avessero potuto assumere e mandare via personale in totale libertà, senza i vincoli dell’articolo 18. I sindacati, in particolare la Cgil, controbattono che non è colpa dell’articolo 18, semmai della renitenza a investire in ricerca e innovazione, se i colossi del capitalismo italico non corrono veloci come la Volkswagen, che fa assunzioni con l’acceleratore a tavoletta. Gli industriali replicano che la riforma dell’articolo 18 oltre a sbloccare la cautela di chi teme di non poter liberarsi di dipendenti poco produttivi, non metterebbe assolutamente in pericolo il mantenimento dei posti di lavoro, dal momento che non si è mai verificata un’epidemia di licenziamenti nelle aziende con meno di 15 lavoratori, quelle escluse dai rigori dell’articolo 18.

Con onestà bisogna riconoscere che il nanismo delle imprese italiane non è figlio esclusivo dei vincoli legislativi e burocratici, ma dipende anche dalla tentazione di parecchi imprenditori di capitalizzare il profitto in potere (politico). Per cui, non appena un’idea si fa impresa, il più delle volte il titolare si fa sedurre dalle sirene della politica in presa diretta o dalle prebende che la frequentazione del potere assicura. E così l’azienda si ferma. Ma un’azienda che non cresce, insegnano i sacri testi del capitalismo, è destinata a perire. Comunque staremo a vedere quale sarà il testo definitivo dello strappo montiano, che oscura per importanza e valore simbolico la sfida di Bettino Craxi (1934-2000) a Enrico Berlinguer (1922-1984) e alla Cgil sul taglio di tre punti della scala mobile, il cui referendum si svolse nel 1985.

Dicevamo che la mossa di Monti è destinata a sparigliare il campo economico e politico più del balzo del cavallo su una scacchiera. I sindacati già si riscoprono divisi dopo un breve periodo di quasi unità. Gli stessi imprenditori si ritroveranno spiazzati, visto che finora a una battaglia di religione contro l’articolo 18 avevano sempre preferito una vagonata di incentivi più ingombrante del pesce approdato, 5 anni addietro, a casa Emiliano.

Eppure gli effetti più dirompenti dell’articolo 18 versione Monti-Fornero potrebbero manifestarsi nel grande gioco della politica, delle alleanze e delle future elezioni. Se la riforma del lavoro sarà, come sembra, lo spartiacque dei prossimi mesi, quale sarà lo scenario partitico prossimo venturo? Già il Pd deve conciliare le posizioni tra chi non vuole rompere con la Camusso e chi non vuole rompere con Monti. Per non dire dell’Udc, che sulle fortune della soluzione Monti ha investito il suo capitale politico. Accetterebbe Casini un’alleanza con la sinistra più ostile alla riforma del mercato del lavoro?

Anche a destra, tra Pdl e Lega non si notano ritorni di fiamma. E l’articolo 18 anziché riavvicinare Berlusconi e Bossi pare destinato a allontanarli definitivamente, dato che sulla materia del Welfare i due partiti ragionano come nemici di lunga pezza. Per fortuna, il premier può contare sulla persuasione morale che svolge il capo dello Stato. Altrimenti l’intera partita sul lavoro si presterebbe ad ogni colpo di scena, compresa la sconfitta nelle piazze e nelle aule parlamentari.

Un’ultima considerazione. I mercati attendevano un’inversione di rotta nella legislazione sul lavoro. Ma Monti sbaglia se ritiene che la nuova disciplina su licenziamenti e assuzioni placherà la sete di riforme pro Italia che sollecitano investitori e organismi istituzionali. Anche perché se i costi del nuovo corso, per le imprese, si rivelassero più pesanti dei precedenti, la situazione rimarrebbe tale e quale o addirittura peggiorerebbe. Il problema numero uno rimane la spesa pubblica eccessiva. È questa la madre di tutte le riforme, cui dovrà seguire il freno alla tassazione, i cui eccessi hanno trasformato l’Italia da Stato sociale in Stato fiscale.

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