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Il reperimento di un memoriale compilato dal leccese Giacinto Simini nella prima metà del ‘900 ha permesso di conoscere le vicende del medico Gennaro Simini, padre di Giacinto e una pagina poco nota dei rapporti intercorsi tra il Montenegro, l’Albania e la Turchia e i patrioti italiani vessati alla vigilia dell’Unità d’Italia dai governi borbonici. Il manoscritto è stato pubblicato nel 2011 da Mirella Galletti,docente di storia dei paesi islamici al’università di Napoli, presso Argo di Lecce, Giacinto Simini. Un patriota leccese nell’Albania ottomana. 

Mazziniano fervente, Gennaro Simini partecipa nell’estate del 1848 ai moti propagatisi nel Salento contro i Borboni. Imputato di cospirazione è costretto a fuggire da Monteroni, paese dove è nato il 6 dicembre 1812, e a rifugiarsi presso don Giuseppe Margiotta,a Vernole, dove rimane per sei mesi nascosto. Intanto gli vengono confiscati tutti i beni di famiglia e dato addirittura per giustiziato.

Per la notizia, sua madre muore di crepacuore. Ma Simini è un impenitente liberale,è vicino alle cellule sovversive mazziniane e non smetterà mai di svolgere attività sovversiva,tant’è che nel 1854 e’ di nuovo soggetto a una istruttoria per cospirazione. Per sua fortuna il 4 giugno 1851 Gennaro era fuggito da Brindisi e si era rifugiato a Corfù,allora sotto il protettorato britannico. Sebbene di dominio turco,Albania e Montenegro erano diventati rifugio di molti patrioti italiani e l’impero Ottomano era sufficientemente indulgente con i fuorusciti politici. Nell’isola avevano trovato asilo il conte Manzoni e lo scrittore Niccolò Tommaseo. Ma i turchi hanno giurisdizione sull’isola e si è diffusa voce che chiameranno a breve gli italiani a formare una legione straniera contro i russi,per cui è giocoforza per i rifugiati scappare anche dall’isola. 

Nel 1853 troviamo il Simini a Durazzo, in compagnia dell’avvocato e amico Oronzio Del Donno e del professor Giuseppe Vittoli,fuorusciti come lui. Ma la vita qui non è bella,i costumi sono improntati alle tradizioni islamiche turche e i tre preferiscono raggiungere anche se a piedi, Scutari. Guidati da un contadino che a stento parla italiano,penetrano la campagna e le montagne boscose e a sera si fermano presso casa di un bey che quando seppe che Simini era medico gli chiese di visitare una figlia malata. Il giorno dopo ripartono per Scutari e anche qui troveranno protezione presso il console Spiridione Bonatti,un italiano di sentimenti liberali. 

La città era stata dal 1396 al 1479 sotto il dominio veneziano, per ripiombare poi nelle mani dei turchi e restarvi fino al XX secolo,ma conservava molto del passaggio veneziano e oltre ad ospitare una comunità di cristiani assistita dai Gesuiti che nel 1855 vi avevano fondato un seminario con fondi papali e austriaci,era una delle città culturalmente più progredite dell’Albania. 

Il destino dei tre ovviamente seguì strade diverse. Vittoli aprì scuola di italiano in città,De Donno diventò dragomanno del Consolato inglese,ovvero interprete e avvocato e si distinse vincendo una causa a favore del governo montenegrino contro l’impero austro-ungarico e Simini divenne in breve il medico ufficiale della città. 

Perché tutti accorrevano dall’italiano ricco di molte doti umanitarie e facevano sì che l’uomo si sentisse veramente a casa propria. Fu tale il legame che si instaurò con la città che nel 1856 Simini decide di sposare Elena Bonatti,figlia del console generale inglese e stabilirsi definitivamente a Scutari,dove avrà cinque figli,Guglielmo,Angiolina,morta in tenera età,Giacinto, l’estensore della memoria, Attilio ed Emilio. 

Intanto, in Italia Garibaldi conquista il regno di Napoli. Rimasto sempre in corrispondenza con Mazzini, Simini partecipò a distanza agli eventi e ai successi italiani e nel 1860 avvertì il bisogno di tornare a casa a sentire gli umori della patria liberata. A Lecce fu accolto con grandi onori,di qui raggiunse Torino,dove gli furono offerte cariche e onorificenze. Ma Simini si era troppo innamorato dell’Albania e vi tornò deciso a portare in quel paese gli stessi principi libertari propagatisi in Italia. 

Il 13 ottobre 1861 il console Enrico De Gubernatis innalza a Scutari bandiera italiana e può riferire a Torino che in città ci sono 25 o 30 italiani,e molti sacerdoti sono in tutta l’Albania. I Balcani erano un crogiuolo di etnie,tutte in mano agli Ottomani e se la Grecia tra il 1821 e il 1829 aveva combattuto una guerra di liberazione cui avevano aderito molti italiani,gli appetiti dell’Austria e dei Russi non mancavano su quei territori. 

Nel 1871 gli muore la moglie e nel giugno 1878 fu tra gli esponenti della Lega di Prizren per l’autonomia del paese dall’Impero Ottomano né smise mai di coltivare sentimenti sediziosi. Gennaro Simini morì di polmonite il 9 aprile 1880 a Scutari. Le salme di entrambi vennero traslate a Monteroni,dove si traferirono i loro figli,appena in tempo per sfuggire alla guerra serbo-montenegrina del 1912 che bombardò e distrusse la casa di Scutari dove si era consumata l’avventura albanese del padre.

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