Martedì 19 Marzo 2019 | 16:16

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La partita infinita tra tecnici e politici

di Giuseppe De Tomaso
di GIUSEPPE DE TOMASO

Meglio affidarsi ai tecnici o ai politici? Ci vuole poco, in Italia, per far pendere la bilancia ora sugli uni ora sugli altri. Possiamo, a un dipresso, riassumere così la questione: quando governano i politici sale la nostalgia dei tecnici, quando governano i tecnici rispunta il rimpianto per i politici. Fino a pochi giorni addietro, sparare sui tecnici del governo Monti era più blasfemo di una bestemmia in chiesa. Oggi, dopo il caso dei marò pugliesi in India e la morte dell’inge gnere piemontese in Nigeria, le quotazioni dei ministri tecnici sono più modeste delle reputazioni dei titoli di Stato made in Grecia. 

Ecco un florilegio di valutazioni: ma che volete, i tecnici sono bravi solo a studiare le cifre, non conoscono i fondamentali dell’agire politico, sono carenti nell’arte della mediazione, non hanno spirito di iniziativa. E via su questo tono. Eppure, come ha notato Barbara Palombelli, la storia politica italiana è strapiena di icone tecniche anche quando i governi erano presieduti e formati dai principali leader politici del momento. 

L’ultimo ministro politico-politico che si è occupato di un dicastero economico si chiama Cirino Pomicino, una ventina di anni addietro, con risultati alquanto discutibili (eufemismo). Prima di lui e dopo di lui, gli esperti hanno monopolizzato quasi sistematicamente i ministeri delle entrate e delle uscite: da Nino Andreatta (1929-2007) a Tommaso Padoa- Schioppa (1940-2010), da Guido Carli (1914-1993) a Vincenzo Visco, da Franco Reviglio a Giulio Tremonti, da Giuliano Amato a Domenico Siniscalco, da Carlo Azeglio Ciampi a Lamberto Dini. Certo, molte, fra queste personalità, avevano conquistato l’alloro parlamentare, ma ciò non bastava a modificare il loro codice genetico. Tecnici erano e tecnici resteranno. 

La verità è che non si può generalizzare. Ci sono tecnici provvisti di senso politico, e politici forniti di competenze tecniche. E qui ci troviamo nella megliocrazia, cioè tra le eccellenze. Così come ci sono tecnici sprovvisti di acume politico, e politici privi di nozioni tecniche. E qui ci troviamo in piena peggiocrazia, tra le mediocrità suscettibili di produrre guai e debiti alla nazione. Vediamo come procedono alcuni giocatori della squadra montiana. Il presidente del Consiglio è il prototipo del super-tecnico. Ma da come si muove, e da come parla, si capisce che avrebbe fatto la sua brava figura anche nella Dc di Mariano Rumor (1915-1990), che nell’arte della mediazione e della conservazione del potere non aveva molti rivali. Possiede qualità politiche anche Corrado Passera, del quale il talent scout Carlo De Benedetti ha sottolineato la democristianità congenita, afferrata dall’Ingegnere sin da quando l’attuale ministro delle Infrastrutture, all’epoca ventiseienne, era soprannominato il Bambino. Ma siccome il fiuto politico, vale a dire la capacità di controllare e dominare gli eventi (soprattutto quelli imprevisti), è come il coraggio di Don Abbondio (se uno non ce l’ha, non se lo può dare), non sono moltissimi i Monti- boys in grado di offrire un bel cocktail di virtù tecniche e abilità politiche. 

Il ministro degli Esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata, infatti, come testimoniano la vicenda indiana e la tragedia nigeriana, è apparso piuttosto in affanno. Tanto che l’altro ieri è entrato in campo Giorgio Napolitano per bacchettare il governo di Londra, la cui mentalità ancora imperiale spesso sforna decisioni unilaterali, da cui scaturiscono effetti a volte devastanti per gli altri (vedi in Nigeria). Anche il ministro Elsa Fornero non è una sacerdotessa della politica. Il che non è un peccato. Ma quando si sottovaluta il principio di opportunità di alcune iniziative, le conseguenze si vedono: chiarimenti, correzioni, smentite, ripartenze. Insomma un labirinto verbale inestricabile anche per i diretti interessati. 

Allora. Lo spartiacque tra il politico e il tecnico non consiste tanto nel curriculum differente, quanto nell’atteggiamento di ciascuno dei due di fronte agli imprevisti. Il tecnico-tecnico, orfano di attitudini politiche, preferisce immergersi nei dossier fino ad assorbirli dalla prima all’ultima pagina, ma di fronte alle decisioni da prendere a tamburo battente si dimostra più incerto di un ginnasiale alla prima cotta («Chiamo io? Che dico? Gli altri che diranno?»). 

Viceversa, per i tecnici quasi politici e per i politici quasi tecnici, gli imprevisti sono più benedetti di un biglietto vincente alla Lotteria: sanno chi chiamare, se Bruxelles o Washington; sanno soprattutto cosa dire, e qual è l’approccio più efficace per difendere il prestigio del loro Paese. Ecco perché è sbagliata sia l’esaltazione acritica del tecnico di professione che ignora l’abc della politica quotidiana (fatta di riti, astuzie e spregiudicatezze non sempre sconvenienti); e sia la celebrazione di un ceto politico professionale che, quando ignora la materia di cui si occupa, produce altri tipi di problemi e di diseconomie. 

La soluzione ideale è un governo di politici competenti, o nei casi eccezionali di competenti carichi di raffinatezze politiche. Solo così si possono scongiurare certe esitazioni (ad esempio: sui marò prigionieri in India) che non giovano all’immagine di uno Stato che è pur sempre la settima o l’ottava potenza economica del pianeta.

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