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Da elemento di stabilità a fattore di instabilità

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È così. La politica è più imprevedibile del clima marzolino. L’avvocato Gianni Agnelli (1921-2003), che pur essendo un big dell’imprenditoria, era soprattutto uno scafatissimo esperto di vicende politiche, sosteneva che i governi di destra di solito fanno politiche di sinistra, mentre i governi di sinistra quasi sempre realizzano politiche di destra. Vivesse oggi, il Signor Fiat noterebbe che solo un governo di banchieri avrebbe potuto far perdere le staffe al presidente dell’Abi (associazione bancaria italiana), varando una misura ultra-dirigistica per le commissioni sui prestiti che ha lasciato senza parole dieci banchieri su dieci, oltre che tutti i sostenitori del libero mercato. Insomma. Più dell’economia, è la politica l’arte in cui ai fini intenzionali seguono conseguenze inintenzionali.

Chissà poi cosa direbbe Agnelli, la cui ironia ogni tanto si macchiava nel veleno, a proposito della novità più importante prodotta dalla classe dirigente italiota negli ultimi dieci anni: le primarie per la scelta dei candidati ai vertici delle istituzioni. In origine, le primarie, importate dall’America quasi fossero un marchio più prestigioso della stessa Costituzione a stelle e strisce, dovevano servire a dare legittimazione democratica al prescelto per la nomination a premier, presidente di Regione o sindaco. Ma quella scoperta dell’America - rilanciata dal centrosinistra anche come contraltare al centralismo e al primadonnismo berlusconiano - nel giro di poco tempo si trasformerà in una sorta di pre-congresso permanente o di periodico giudizio universale nei confronti dell’azionista di maggioranza del centrosinistra, che risponde tuttora al nome del segretario Pd.

Le primarie non lasciano tracce di sangue negli Stati Uniti, perché colà i partiti sono associazioni temporanee che si riuniscono ogni due o quattro anni. Negli Usa non esiste il capo del partito democratico o del partito repubblicano. Quello che chiamano segretario non è un leader, ma un segretario a tutti gli effetti, simile più a un portiere d’albergo che al padrone dello stabile. Logico che quando si scatena la bagarre per una carica di rilievo, lì il partito non avverta alcun disorientamento. Anzi, più infuria la battaglia tra i rivali interni più aumentano le probabilità, per il vincitore, di sconfiggere successivamente l’avversario esterno, prevalso nel partito avverso. È questa peculiarità a rendere inattaccabile e immortale, in America, l’istituto delle primarie.

Altra musica in Italia. Qui i partecipanti alle primarie non scattano dalla stessa linea di partenza. C’è il segretario in carica che attende dal voto di iscritti e simpatizzanti un’ulteriore legittimazione alla sua leadership. C’è lo sfidante che, per conto degli oppositori del numero uno, spera di vincere anche per sfregiare il vertice in carica. E c’è chi vuole approfittare delle primarie per anticipare rese dei conti che, di solito, si rimandano alle stagioni congressuali. In queste condizioni, il più esposto a rimetterci (prestigio o poltrona) è il capo della coalizione, o del partito di maggioranza relativa. Se perde, per lui è il disastro. Se vince, è un fatto scontato. Se poi perde il candidato sponsorizzato dal leader, si avviano processi a non finire. Un tritacarne continuo nel quale sembra precipitato da un po’ di tempo Pier Luigi Bersani, segretario del Pd.

Il paradosso non può essere più singolare. Il buon Bersani deve ancora cimentarsi in una partita elettorale, ma rischia di essere impallinato (dal fuoco amico) addirittura prima di affrontare una votazione vera e propria, perché i candidati da lui appoggiati alle primarie finora non sono andati a rete con l’autorevolezza di Ibrahimovic. Anzi, hanno perso senza neppure mostrare bel gioco. Era già accaduto a Napoli, Milano e Genova, dove gli uomini del Pd hanno fatto cilecca davanti ai De Magistris, ai Pisapia e ai Doria. È accaduto l’altro ieri a Palermo, dove Rita Borsellino, sostenuta da Bersani, Vendola e Di Pietro si è dovuta arrendere di fronte all’ex dipietrista Ferrandelli, appoggiato da quella parte del Pd vicina al governatore siciliano Lombardo. E meno male che stavolta, sul nome della Borsellino non si stagliava l’ombra protettiva del solo Bersani, altrimenti gli strali all’indirizzo del segretario Pd si sarebbero moltiplicati a dismisura.

Morale. Le primarie, in Italia, godono di ottima stampa tra i cittadini, ma di cattiva reputazione tra le nomenklature di partito (quelle che hanno tutto da perdere). O si stempera la tensione dei gazebo, o le primarie finiranno per lacerare i partiti più di quanto non facessero, nella Prima Repubblica, le kermesse correntizie politico-diuretiche nelle più accorsate località termali. O si separa l’esito della selezione dei candidati dalla sorte del leader in carica, o le primarie si trasformeranno nella caricatura di se stesse, cioè nell’anteprima di duelli su altri fronti.

Il Pd, o meglio il suo segretario, sta ogni giorno di più sulle spine. Le primarie si sono rivelate un mega-affare mediatico, non un super-enalotto politico. Un caso eclatante di eterogenersi dei fini: da pilastro di stabilità a fattore di instabilità. Nate come assist vincenti di un partito che anche nel nome guardava a Zio Sam, oggi le primarie evocano una collezione di autogol da antologia. Chissà, in dialetto emiliano (con l’iniziale minuscola), come le vorrebbe maledire Bersani.

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