Domenica 24 Marzo 2019 | 12:10

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Il premier provoca la destra e la sinistra

di Giuseppe Giacovazzo
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La gravosa disputa se il governo Monti sia di destra o di sinistra somiglia a quella manzoniana di don Ferrante che discetta se la peste fosse accidente o sostanza secondo le categorie del sommo Aristotele. Più concreto il dilemma a chi giova tra destra e sinistra. Sta di fatto che la gente non pare appassionarsi a questioni di lana caprina. Comincia ad assuefarsi alla irrilevanza dei partiti. E anche all’idea che non siano insostituibili. Certo non potranno più essere come prima: nomenclature sorrette da tesseramenti di anime morte. False tessere nel Pdl sono finite in tribunale.

Pare un fossile della politica l’alternativa destra-sinistra che ha contrassegnato il secolo passato e la divisione verticale tra due versanti della cultura e della storia. Sarà solo una morte apparente, ma è una terminologia che sa di vecchiume.

Una volta destra e sinistra erano la frontiera tra conservatori e progressisti. Ma dove sono oggi i conservatori? E i progressisti? Chi è più conservatore sull’articolo 18: il sindacato o il governo? È più riformista il Pd di Bersani o il ministro Fornero? Chi più innovatore di Monti che obbliga i ministri a rivelare i loro redditi e i manager pubblici a decurtarsi stipendi da nababbi? Nessuno ci era riuscito. Nessuno aveva messo alle calcagna degli evasori fiscali la Finanza in tanti anni di oblio tra governi di destra e di sinistra.

La sinistra non è più quella che si reggeva sul mito della classe operaia. Nelle provincie venete c’è più classe operaia nella Lega che nella sinistra. Ma destra e sinistra sono nel Dna della politica. Non moriranno mai. Esisteranno finché dureranno le disuguaglianze sociali. “La stella polare della sinistra – diceva Norberto Bobbio – è la giustizia sociale”. Che nella società moderna si fonda su due pilastri: il welfare e la trasparenza democratica. Dove c’è più democrazia c’è più giustizia, come dimostrano i paesi governati da politiche riformiste.

È vero che ci sono temi come la sicurezza che non sono né di destra né di sinistra. Ma c’è una bella differenza nel modo di garantire i cittadini e punire i malfattori. Altro luogo comune il mercato, che non sarebbe né di destra né di sinistra e che “non olet” come il denaro. Ma c’è una bella differenza tra la destra che lo vuole a briglia sciolta e la sinistra riformista che cerca di regolamentarlo. Il leader socialdemocratico svedese Olof Palme diceva che il mercato è una “pecora non sempre pacifica che dev’essere guidata ma non uccisa”. Chi più vicino a questa idea: la destra di Berlusconi o la sinistra di Bersani?

Una frangia estremista ha contestato in Sardegna il presidente Napolitano accusandolo di stare come Monti dalla parte dei “poteri forti”. Se ne parla e straparla ma nessuno sa dire con precisione chi sono e come agiscono. All’ingrosso puntano l’indice sulle banche, sul salotto buono dell’alta finanza. Ma nessuno finora aveva osato impedire di “sedere simultaneamente nei cda di banche e assicurazioni”. L’ha fatto Monti rispondendo “a chi ci attribuisce deferenza verso il salotto buono”.

Monti mette fatalmente alla prova le forze politiche della sua maggioranza. Berlusconi si trova più a suo agio con un partito che annaspa, poco strutturato, senza spessore ideologico. Ne soffre invece la sinistra e soprattutto il Pd che alla sua crisi endemica per scarso “amalgama” tra componente cattolica ed ex comunista unisce il disagio di un sindacato che tratta col governo con la vecchia logica del consociativismo. Nel Pd c’è chi s’illude che il sindacato sia ancora cinghia di trasmissione del partito: un relitto del Novecento.

Bersani dovrà uscire dagli equivoci. In politica non c’è peggior soggetto di Amleto. Nell’ambiguità il Pd rischia due volte: perde contatto e dialogo col Terzo Polo di Casini e regala una prateria al berlusconismo che cerca disperatamente di agganciare il Centro. Al karakiri la sinistra non è nuova. La caduta del governo Prodi è ancora il cadavere che giace nella stiva.

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