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Per Monti è la madre di tutte le riforme

di Giuseppe De Tomaso
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Il professor Mario Monti sembra voler assegnare al governo il compito che il filosofo Benedetto Croce (1866-1952) assegnava ai giornali: dare ogni giorno un dispiacere a qualcuno. In principio il premier aveva gelato il popolo dei contribuenti, già tartassato oltre il dovuto. Sùbito dopo aveva preso di mira le posizioni di rendita di alcune categorie professionali. Poi ha aperto il dossier sul mercato del lavoro. L’altro ieri ha ricordato gli effetti negativi per la crescita generati dai privilegi del «salotto buono» italico, cioè dei cosiddetti Poteri Forti della finanza. Monti ha citato l’economista austriaco Joseph Schumpeter (1883-1950). Massimo studioso del capitalismo, Schumpeter esaltava il principio della «distruzione creativa», vale a dire la capacità del mercato di innovare in continuazione prodotti e servizi dopo aver distrutto quelli esistenti. Un processo tutt’altro che negativo - secondo Schumpeter - anche sul piano occupazionale, perché comportava (e comporta) l’ammodernamento e l’allargamento sistematico dell’apparato produttivo. 

Ecco. Monti ha detto che all’Italia è mancata, negli ultimi decenni, quella distruzione creativa che, nel dopoguerra, l’aveva trasformata nel giro di pochi lustri da Paese arretrato e preindustriale in settima o sesta potenza economica del globo. In soldoni. Il Professore non sarà un ultrà della scuola liberista di Chicago, né un ammiratore dell’iron lady (Margaret Thatcher), ma di sicuro non vuole passare alla storia come un gestore dell’esistente o un custode dello status quo. Il che lo porta a dare un giorno un dispiacere all’elettorato di riferimento del centrodestra (attaccando le rigidità di alcune professioni che pure si definiscono liberali) e un giorno un dispiacere allo zoccolo duro del centrosinistra (mettendo nel mirino alcune rigidità del mercato del lavoro). 

I più maliziosi probabilmente individueranno un calcolo politico-carrieristico nel gioco a tutto campo, modello Zeman, dell’uomo in loden. I più realisti, invece, riconosceranno che il Monti di governo, dopo alcune dissonanze iniziali, si sta via via riavvicinando al Monti di scienza economica che periodicamente vergava editoriali a favore di politiche più incisive di liberalizzazione. 

Sono tre le ragioni fondamentali per cui è difficile che il presidente del Consiglio possa tornare indietro. 
La prima: l’indice di gradimento di cui gode il governo (anche se l’ondata delle tasse sulla casa toccherà i portafogli dei cittadini solo nel prossimo giugno), una popolarità che gli permette di resistere alle pressioni di questo o quel leader politico. 
La seconda: la credibilità internazionale acquisita dal premier italiano, tanto che il sinedrio dell’Occidente (dalla Merkel a Sarkozy, passando per Obama) pensa di attribuire a lui il rango di guardiano dell’eurozona. 
La terza: l’apprezzamento manifestato dai mercati per le misure anti- crisi del Professore, la qual cosa ha spinto il governo a non fermarsi sulla strada delle riforme. Schumpeterianamente parlando, è il plauso dei mercati l’obiettivo più ambìto dal Professore, che tiene alla pagella stilata dagli investitori forse più che agli elogi dei colleghi, spesso conditi da dosi industriali di ipocrisia e doppiezza. E i mercati internazionali, mai come adesso, attribuiscono alla riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori un peso decisivo per la ripresa degli investimenti stranieri tra le Alpi e Lampedusa. 

La cartina di tornasole, nel ragionamento di Monti, è costituita dalla risposta dei risparmatori sui titoli di Stato collocati sul mercato. Fino a quando i titoli a due anni rimarranno più appetibili dei titoli a dieci anni, vorrà dire che gli investitori manterranno ancora riserve sulla volontà del Paese di riformare e liberalizzare se stesso anche dopo la parentesi del governo tecnico. In breve: se l’appeal dei titoli biennali è figlio dell’«effetto Monti», la minore presa dei titoli decennali è figlia dell’incerte zza sul dopo Monti. La riforma dell’articolo 18, secondo il presidente del Consiglio, potrebbe quantomeno attenuare questa incertezza, annullando, se non ribaltando, la risposta del mercato sui titoli a breve e a lunga scadenza. Di qui la determinazione del premier a non arretrare, anche a rischio di provocare mal di pancia tra gli ambienti politici che più si sono battuti per il suo approdo a Palazzo Chigi. 

Paradossalmente, gli improvvisi scatti d’ira di Lady Confindustria sull’articolo 18 non agevolano il lavoro del Professore, anche se forse sono collegati alla corsa Bombassei-Squinzi per la successione al vertice dell’org anizzazione. Ma Monti ha già superato un ostacolo che pareva più proibitivo di un tour in Siberia: la riforma pensionistica. Se riuscisse a fare altrettanto con il lavoro, attraverso una legislazione che riduca la precarietà in entrata e la rigidità in uscita, avrebbe fatto tombola, garantendo per sé un posto sui libri e al Quirinale, e all’Italia la promozione da parte dei mercati. In ossequio al precetto della «distruzione creativa» tramandato dal maestro Schumpeter.

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